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February 10 Gli avvoltoiSolitamente gli avvoltoi, come le iene e come gli altri animali che si nutrono di carogne, aspettano che l’animale del cui corpo ambiscono a nutrirsi sia morto definitivamente. Ci sono, però, casi in cui gli avvoltoi calano con grandi giri e ampie virate sulla predestinata vittima ancora prima che sia morta, senza aspettarne il decesso, forse per la troppa fame. L’indegno sciacallaggio che si è fatto del corpo di Eluana Englaro in questi ultimi anni, ma in particolar modo in questi ultimi giorni, è sicuramente uno di quei rari casi di cui parlavo. L’Italia è un paese spesso incivile e becero nelle manifestazioni della sua sfera pubblica, ma penso che con il “caso Eluana” (dato che oramai era diventata solo un caso, e non una Persona con la P maiuscola) si sia, se non toccato il fondo, sicuramente andati vicini a farlo. Una situazione delicata e drammatica come questa meritava solo il massimo rispetto, che trova la sua massima espressione, io credo, in un meditato silenzio, accompagnato semmai da private manifestazioni di affetto. Davanti al dolore di una famiglia distrutta da diciassette anni di convivenza con la semi-morte di una figlia, davanti all’incredibile amore di un padre e di una madre che per quei diciassette anni hanno vegliato il corpo avvizzito di quella figlia, di fronte al profondo coraggio, personale prima che civile e politico, di quel padre nell’intraprendere una battaglia pubblica per terminare l’accanimento medico su quel corpo, l’unica cosa da fare era, se non si riusciva ad essere d’accordo, almeno provare a capire, a comprendere le ragioni opposte, e farlo in silenzio. Niente da fare. L’Italietta delle liti continue, delle strumentalizzazioni perenni, che non si trova d’accordo nemmeno su questioni serie come la Vita e la Morte, non ce l’ha fatta. Troppo ghiotta, questa occasione, per lasciarsela scappare. Troppo invitante il caso per non imbastirci sopra l’ennesimo, penoso, falso, scontro ideologico, l’ancor più penosa e falsa battaglia politica. Proprio la politica, quell’indegna merda odierna che disonora il nostro Paese con la sua ridicolaggine, si è fatta alfiere e caposala del necrofilo banchetto: da una parte, ecco che avanza il Partito della Vita, improvvisamente accortosi, direi con tempismo mediatico, del “caso-Eluana”, paladino della libertà e dell’esistenza umana, che si scagliava contro il carnefice Beppino e gli altri fautori della dolce morte. Individui che si definiscono cattolici, che si vantano di essere cristiani, e che dimenticano la maggiore delle virtù proprie del Cristianesimo, la pietà, insieme, naturalmente al rispetto, e che si permettono di sussussare (perché per dirlo ad alta voce ci vuole troppo coraggio) che Beppino Englaro è un assassino, che Eluana l’hanno uccisa, magari avendo letto di lei solo il giorno prima su qualche giornale, o, più facilmente, su qualche televisione. Cattolici, cristiani, che mi fanno ribrezzo, non tanto per la loro opinione sul caso, quanto per il modo di esprimerla. Uno schieramento che vede, tra le sue prime fila, e me ne dispiace, cardinali, papi e vescovi, senza ritegno, nemmeno loro, nell’infangare l’immagine di una famiglia che, in quanto a cristianesimo, avrebbe da insegnare a molti, forse anche a loro. E dall’altra parte, ecco che sovviene il Partito del Laicismo, seppur in misura molto minore (e gliene rendo merito), anch’esso partecipe tuttavia di questo scempio, pronto ad usare Eluana come arma contro la morale cattolica, come attacco contro il Vaticano. Una politica che in tutti questi anni non ha mai pensato di redigere una legge sul testamento biologico, sulla giusta possibilità di scegliere il proprio destino nel nefasto caso di diventare un vegetale destinato a crescere senza crescere, perché in realtà, a questa politica, di Eluana Englaro, non ha mai fregato e non frega niente. Solo un argomento da dibattito, o magari un’arma di scontro politico, come ha brillantemente dimostrato quel maestro di cinismo, populismo e strumentalizzazioni chiamato Silvio Berlusconi. In mezzo a tutto questo, alle urla di cleri e giudici vari, alle scritte impietose “Beppino boia” vergate sui muri, alla carneficina mediatica di giornali e televisioni, rimane il dolore di una famiglia, protagonista di una battaglia che non esito a chiamare di civiltà, servita a sputtanare la dubbia moralità di un paese che dei suoi cittadini più sfortunati preferisce deciderne esso stesso la sorte, condannandoli spesso a una non-vita senza speranza, o magari ad un’eutanasia silenziosa, privata, e quindi ancora più dolorosa. Rimane la profonda umanità di un uomo, a cui sento oggi più che mai di volere un gran bene, che ha messo la faccia, e su quella faccia s’è preso sputi e schiaffi simbolici in nome del suo amore per sua figlia, in questa battaglia alla fine vinta. E rimane, soprattutto, Eluana, per cui tutti oggi, invece di continuare a scannarne il corpo, dovrebbero esprimere una preghiera o un saluto. Penso che questa morte sia stata, se non la fine più giusta, dato che non siamo noi a poterne misurare la giustizia, sicuramente la più ricca di pietà e carità. E questo basta. Ora, subito una legge sul testamento biologico, perché possiamo essere noi, e non le circostanze politiche del caso, a decidere delle nostre esistenze, e soprattutto perché quegli avvoltoi non girino più, famelici e senza ritegno, su altri e altre Eluana. February 06 Tu chiamali, se vuoi...rifugiati politiciIo proprio non capisco. Non capisco come mai, per quale ragione, Cesare Battisti, l’ex terrorista (anzi, lo è ancora, dato che non si è mai dissociato, nè ha mai chiesto scusa, né, soprattutto, ha pagato per i suoi crimini) che negli anni ’70 era a capo dei Nuclei Armati per il Comunismo, una delle tante sigle della sinistra extraparlamentare che in quel periodo giocavano a fare la rivoluzione sulla pelle e, soprattutto, col sangue degli altri, non voglia tornare in Italia. Non capisco perché continui a scappare, dall’Italia alla Francia, e poi dalla Francia al Brasile, in una snervante fuga che mette alla prova il suo sistema nervoso e fisico. Non capisco perché rifiuti e supplichi le autorità francesi prima, e brasiliane poi, di non essere soggetto al processo di estradizione richiesto dall’Italia, che vuole che Battisti paghi qua da noi il suo debito con la giustizia, un debito abbastanza elevato, dato che il nostro eroe s’è beccato in contumacia quattro ergastoli per altrettanti omicidi, alcuni eseguiti materialmente, altri in cui ha collaborato, nonché diversi anni per banda armata (insomma, abbastanza da buttare via la chiave della sua cella). E’ vero, in Francia, dove era scappato dopo essersi stancato di ammazzare la gente in nome di Marx e, soprattutto, impaurito dalla prospettiva di finire in galera per quel gioco che ha coinvolto tanti altri compagni, s’era rifatto una verginità civile e morale. Come se quei morti e quei feriti non fossero mai esistiti, il nostro, approfittando della dottrina Mitterand, dal nome del presidente francese che aveva la passione di ospitare i criminali italiani giustificandoli come rifugiati politici, s’era inventato scrittore di libri gialli, ottenendo anche un discreto successo nel circolo intellettualoide d’Oltralpe. Non metto in dubbio che magari come scrittore abbia dimostrato maggiori capacità e attitudini di quelle mostrate nel sovvertire l’ordine statale italiano negli anni ’70, opera in cui ha registrato un clamoroso fallimento, come d’altronde tutti gli altri terroristi suoi compari che magari oggi siedono in Parlamento, o sono diventati opinionisti in qualche programma televisivo. C’è però un però: che questo insigne giallista doveva ancora pagare per i suoi crimini. Tuttavia, approfittando dell’imbecillità francese che scambia gli assassinii con le idee politiche, era rimasto tranquillo e beato a Parigi, magari frequentandosi con gli altri compagni d’armi che hanno trovato in Francia rifugio politico. Morto finalmente Mitterand, e constatato che con Chirac alla presidenza le cose erano parzialmente cambiate, come l’estradizione verso l’Italia di diversi ex terroristi aveva dimostrato, Battisti ha pensato bene, dopo un breve periodo di detenzione in Francia, di scappare in Brasile. Una terra affascinante, sicuramente, piena di belle donne e con un clima decisamente migliore di quello francese. Eppure continuo a non capire. Perché Battisti preferisce rimanere chiuso in un carcere brasiliano, invece di tornare in Italia a scontare la sua pena? Se fossi in lui, domani comprerei un biglietto di sola andata per Milano, e sarei proprio felice. E spiego il perché: allora, torna in Italia e si fa qualche annetto di carcere…duro? Ma no, siamo in Italia, i detenuti qua hanno tutto, televisione, libri, un ottimo menu enogastronomico, possibilità di scrivere e di parlare liberamente. In ogni caso, tempo due o tre anni e sicuramente sorgerebbe dal niente un movimento di anime belle e brave, magari pieno di cattolici, che in nome del perdono ma soprattutto del “volemose-bene-e-buttiamoci-gli-anni-di-piombo-alle-spalle” ne chiederebbero la grazia, organizzerebbero manifestazioni e fiaccolate, insomma lo renderebbero soggetto a quella straordinaria metamorfosi kafkiana a cui abbiamo già assistito nel caso di Sofri, da assassino e militante antistato a martire della libertà e della giustizia, tutto senza che il suddetto maestro della non violenza, un Dalai Lama pisano mi verrebbe da definirlo, abbia mai chiesto perdono alla famiglia del commissario Calabresi ammazzato sotto suo mandato, o magari ammesso le proprie colpe, o comunque ritrattato la sua appartenenza a quella militanza che tanto sangue ha portato negli anni 70. Se uno come Sofri è oggi uno dei maestri del pensiero della nostra società, che scrive libri e rilascia interviste, non vedo perché al buon Cesare si debba negare questo, il diritto a rifarsi una vita dopo aver fatto la pelle a degli innocenti, colpevoli solo di essersi trovati nelle mire di quei figli di papà travestiti da feddayn. E allora, dopo esserci buttato tutto alle spalle (il dolore delle vittime, quello no, quello resta per sempre), Cesare Battisti, magari, invece di marcire in una cella come meriterebbe, potrebbe ottenere, che so, qualche sconto di pena, o la semilibertà, o perché no, anche la grazia…E una volta uscito, quante opportunità! Quante occasioni per rifarsi una vita, per diventare una star anche qua in Italia! Potrebbe magari cominciare a scrivere libri gialli in italiano, vendicando così il ratto francese della militante da sfilata, quella Carlà Brunì la cui dipartita verso Oltralpe tanto dolore ci ha dato…O potrebbe vivere di rendita, come fanno tanti suoi (ex) compagni, rilasciando interviste e scrivendo libri sugli anni di piombo, naturalmente sempre autogiustificandosi e autoassolvendosi, non essendo il senso di colpa una caratteristica predominante nella sinistra, terrorista e non. E, che so, se dimostrasse doti da comunicatore, abilità politiche, se bucasse lo schermo, magari potrebbe anche ambire a un posto in Parlamento…potrebbe prendere esempio dal vecchio compagno d’armi Sergio D’Elia, che una volta stufatosi di fare la lotta armata, dopo aver ammazzato diversi “servi del potere” e aver passato in carcere un terzo, se non meno, degli anni che ci doveva passare, è diventato uno di quei “servi del potere”, eletto a Montecitorio, e, per meriti guadagnati sul campo, eletto addirittura segretario d’aula, insomma l’antistato che si fa stato, paradossi che vediamo solo qua in Italia. Insomma, in un Paese come il nostro che premia chi fa il male e condanna a tacere chi da quel male è danneggiato, nel paese dei terroristi superstars, nel paese che si è consegnato da vent’anni nelle mani di un personaggio come Berlusconi, con alle spalle condanne e indagini per corruzione e legami con la mafia, ecco, in un paese come questo c’è posto anche per Battisti. Insomma, Cesare, ti aspettiamo. Torna da noi. January 11 Israele e lo pseudopacifismoIl nuovo Nazismo, il nuovo Antisemitismo, è per le strade delle nostre città. L’ho visto proprio ieri, si aggirava per il centro di Firenze, sotto forma di corteo pro Palestina (leggi contro Israele). Ha il volto, perennemente arrabbiato, degli immigrati islamici, ha le bandiere multicolori del Pacifismo occidentale, ha il kefiah al collo, parla l’arabo, ma anche l’italiano. Urla, sbraita, si indegna, grida slogan, innalza cartelloni, brucia bandiere. Non fa paura come il suo antenato germanico, è più variopinto, più casinista, meno inquadrato. Niente passi d’oca, niente divise, niente programmi politici, niente sterminii annunciati. Forse, proprio per questo, proprio perché così subdolo, nascosto, invisibile, è ancora più pericoloso. Il nuovo Antisemitismo è un tumore che sta infestando la nostra società. Come un tumore, si è sviluppato piano piano, in silenzio: germinato nel filo-arabismo occidentale dagli anni 70 in poi, si è via via accresciuto grazie all’indifferenza congiunta e colpevole della politica e della chiesa cattolica, proprio i due attori che dovevano vigilare ed educare per evitare che si ripetesse la tragedia di sessant’anni fa, che l’humus che partorì l’Olocausto fosse definitivamente sconfitto, distrutto. Invece è stata proprio la politica a nutrirlo, per convenienza elettorale e per cecità storica, proprio la Chiesa a legittimarlo, evitando di prendere posizione nella questione mediorientale, rimanendo ancorata alla famosa equivicinanza che sa tanto di farisaico immobilismo, alla “scannatevi in parti uguali”. Cresciuto e rigoglioso, perché partorito da quell’Occidente che con gli ebrei ce l’ha dai tempi delle medioevali accuse di deicidio e dei corrispettivi pogrom e massacri, e che con gli ebrei, nonostante la Shoah e le buone intenzioni, continua ad avercela per partito preso e per pregiudizio, il nuovo Antisemitismo ha accolto a braccia aperte le masse di immigrati islamici che arrivano a frotte in Europa da almeno trent’anni; portatori, loro, di una particolare variante di Antisemitismo, quella di stampo religioso, intrinseca all’Islam, che gli ebrei li vuole morti inanzitutto perché ebrei e quindi infedeli, e, se ciò non bastasse, perché usurpatori della terra santa palestinese, carnefici e aguzzini dei fratelli in Allah di Gaza e di Rafah. I due Antisemitismi, quello principalmente politico occidentale, e quello, ben più pericoloso e temibile, islamico, si sono uniti, col tempo, in un unico grande mostro. Ci troviamo così di fronte a questo tumore ambulante, che qualche anima bella ha il coraggio di definire “Equivicinanza” o, bestemmiando, addirittura “Pacifismo”, ma che è solo odio allo stato puro, un tumore ambulante che cresce col crescere delle masse islamiche in Europa, quelle che abbiamo visto inginocchiarsi e pregare verso la Mecca nel numero di migliaia davanti alla basilica cattolica del Duomo a Milano e di San Petronio a Bologna (mi chiedo, fra l’altro, cosa succederebbe se qualche cristiano avesse l’ardire di celebrare una messa davanti alla moschea di Medina o del Cairo). Questo nuovo Antisemitismo in salsa araba, che sbraita, che paragona, nella vergognosa indifferenza, quando non è sostegno, dell’Occidente, Israele al regime nazista, questo Neonazismo che brucia le bandiere di Israele, che le deturpa con le svastiche, che grida slogan osceni (naturalmente in arabo, dato che l’Italiano manco lo conosce), che condanna a morte. E, insieme a loro, la vergogna d’Europa e d’Italia, quegli occidentali che lo fiancheggiano, che lo supportano, che gli prestano quella poca credibilità politica e civile di cui necessita e che loro posseggono, quegli imbecilli i quali pensano che basta fregiarsi del titolo di Pacifisti per esserlo davvero, basta sventolare qualche bandiera da circo con la scritta Pace per esserne alfieri e portatori degni. Quelli che chiedono che le armi tacciano solo agli israeliani, che denunciano e scendono in piazza a protestare solo per i bombardamenti dell’aviazione israeliana, e mai una parola, mai una lacrima per i razzi palestinesi che finiscono nelle case israeliane (abitate anch’esse da civili, ricordo), o per i kamikaze, palestinesi anch’essi, che si fanno esplodere nei cafè di Tel Aviv o negli autobus di Gerusalemme (frequentati anch’essi da civili, ricordo). Quei pacifisti i quali fanno finta di ignorare che la tregua è stata rotta da Hamas, che Hamas ha come obbiettivo principale la distruzione di Israele, che il lancio di razzi non è cessato un solo giorno; quelli che denunciano e si strappano le vesti per le stragi di bambini e civili palestinesi, e fanno finta di non sapere che Hamas usa come rampe di lancio per i suoi missili le scuole, gli ospedali, le case, di modo da poter poi accusare Israele di crimini contro l’umanità, che usa come scudi umani quei civili palestinesi che dice di difendere e proteggere. Quei pacifisti che hanno creato un clima da novella notte dei cristalli, per cui un sindacato italiano ha promosso un boicottaggio di tutti i negozi gestiti da ebrei (e che ebrei e israeliani siano due cose diverse, poco importa), per cui svastiche e scritte ingiuriose si moltiplicano sulle lapidi dei cimiteri ebraici e sulle mura delle sinagoghe, opere degne dei peggiori anni ‘30. E questa orgia di antisemitismo vestito elegante, questo tripudio di pregiudizi e condanne senza conoscenza, mentre le più importanti istituzioni mondiali, Chiesa Cattolica e Onu in testa, girano la testa dall’altra parte o, peggio, se la prendono solo con Israele, sempre per quella grandiosa, terribile Paura dell’Islam, mostro irrazionale e violento, che le contraddistingue. A volte la storia non insegna nulla, o quasi. January 03 Storia di un abortoHo cominciato a pensare da poco. E’ una fatica terribile, estenuante, ma penso. Comincio a capirmi, a capire questo posto senza spazio né tempo che mi ospita. Galleggio nell’amore della Mamma, l’unica entità, a parte Me, che esiste, l’unica cosa importante. All’inizio era solo una percezione, la sensazione che un amore involontario mi nutrisse, mi crescesse. Poi, da quando ho cominciato a pensare, è uno sforzo incredibile, ma ogni giorno mi viene più naturale, ho incominciato a concepire l’esistenza di un altro oltre Me. Ho incominciato a concepire chi mi ha concepito, ho concepito la mia Mamma. Non so cosa sia, né che forma ed aspetto abbia, non so cosa pensi, né se Fuori di essa ci sia qualcosa che mi aspetta, ma sento che è una cosa che mi ama, che, volontariamente o involontariamente, mi cede parte di sé per far si che io cresca. Per cui la amo. In effetti l’amore è l’unica sensazione che riesco a provare ora. Chissà se ne esistono altre, chissà se là Fuori oltre all’amore c’è qualcosa di più bello... Aspetta, che provo a muovere una mano. E’ una fatica incredibile, più che pensare, più che provare a dare un nome alle cose e alle sensazioni, ma se mi sforzo ci riesco. Ecco…ecco che ho mosso un dito. Fremo di vita, devo muovermi. Ho voglia di far sapere alla Mamma che esisto, che ci sono, voglio ringraziarla…ma l’unico modo che ho è questo, muovermi, fremere, cercare di…chissà se lo sente, se mi sente muovere la mano. Se sente che la amo. Spero che riesca ad avvertire anche le sensazioni, e i sentimenti soprattutto, sennò magari pensa che non ci sono, che tutti i suoi sforzi sono inutili e vanno sprecati. Spero che riesca ad avvertire il mio, di amore, la mia risposta. Che le voglio bene. E’ tutto così confuso, così incerto…mi sembra di vivere qua da sempre, di essere qua Dentro dall’eternità. Forse è questo il mio destino, stare qua Dentro per sempre. Non che mi dispiaccia. Ci sto bene, nell’amore liquido della Mamma. Quando mi sembra che manchi qualcosa, ecco che un non-so-che entra dentro di me, e subito il bisogno scompare com’era venuto. Dev’essere la Mamma. Ogni volta che succede, mi capita di sorridere. E’ tenue, credo quasi impossibile da vedere, ma sorrido. Sorrido alla vita, sorrido a lei. Chissà se anche questo lo sente. E’ la mia risposta, il mio grazie perché anche oggi si è ricordata di Me. Che silenzio qua Dentro, mai un rumore, mai. A volte quando mi muovo sento come un suono ovattato nella testa, forse lo sente anche lei... Da Fuori non arriva nulla, mai un rumore, o un suono, niente di niente. Forse non esiste, forse a parte Me e la Mamma non c’è nulla. Forse è meglio così, il Fuori non mi piace, mi spaventa. Ho paura che là Fuori non ci sia lo stesso amore che c’è qua. Potrei morirne. Forse è davvero meglio che non esista, che ci siamo solo io e lei. Penso che potrei bastarle come lei basta a Me. Ma mi sa che mi sbaglio, che là Fuori qualcosa ci sia. A volte, anche se è terribilmente stancante, riesco ad avvertire quello che sente la Mamma. A volte sento, riesco a percepire che è triste, che qualcosa la turba, impedisce la sua felicità. E sono sicuro che è colpa del Fuori, che non sono io che la rendo così: io so solo amarla, come posso farle male? C’è qualcosa di sbagliato là Fuori, qualcosa di cattivo, qualcosa che non mi vuole, che non vuole che io cresca. Non capisco perché, nè chi sia, ma non vuole che viva dentro la Mamma. Quando sento che lei è triste, cerco in tutti i modi di rallegrarla, provo a muovermi, a fremere nel suo amore liquido. Ma non so se lo sente. Negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di sentirla così giù. Era meglio prima. Mi ricordo vagamente…all’inizio solo un tenue bagliore dentro la testa. Non pensavo ancora, non ne ero capace. C’era solo questo bagliore caldo. Poi ecco che il bagliore caldo ha cominciato a scorrermi dentro, insieme a una nuova forza. La forza mi ha permesso di cominciare a sentire, a pensare, a muovermi. Ed eccomi qua, incredibilmente debole e indifeso, ma allo stesso tempo forte e deciso, ogni giorno più forte e ogni giorno più deciso, deciso a crescere. Verso cosa? Non ne ho idea, però credo che sia la cosa giusta. Tutto spinge in quella direzione. Aspetta…sento che qualcosa non va’….la Mamma è triste, tristissima, non è mai stata così finora…Che succede? Ho paura che sia il Fuori che mi viene a prendere…ahia! Grido fortissimo, ma non esce niente, è un grido muto, un grido di dolore! Aiutami Mamma! Aiutami, ti prego! La luce si spenge piano piano…sparendo porta via con sé la forza, il pensiero, la vita…ti voglio bene… December 04 Vita"La vita non è forse una serie di compiti, che svolgiamo tutti i giorni? Non è forse un continuo e ripetitivo lavoro? Niente di tutto ciò che ci vede impegnati è spontaneo, nasce tutto da bisogni, schemi e congetture mentali, abitudini e consuetudini sociali, ordini, richieste di piaceri e di favori, necessità di vario tipo. Siamo come automi, ognuno al suo posto, tutti insieme ad una gigantesca e ridicola catena di montaggio, alienante quanto quella di una fabbrica di bulloni. Ogni giorno ci alziamo, facciamo colazione, ci laviamo, ci prepariamo, e ci trasformiamo in automi. Pensaci: tutto quello che fai, non ti viene forse da qualcuno che ti ha chiesto di farlo? O da tue necessità, fisiche o psicologiche? Rifletti: c’è qualcosa di spontaneo in quello che fai ogni giorno? C’è qualcosa che davvero nasce, come l’erba dal letame, da qualcosa di tuo, di profondamente tuo? Qualcosa di cui puoi rivendicare completamente, totalmente, la paternità? Qualcosa che non sia già stato fatto, detto, pensato, interpretato, da altri prima di te? Se ci pensi, scoprirai che non c’è. L’uomo al suo stato naturale, al suo stato primigenio, non c’è più. Dov’è quell’istinto che, insieme all’intelligenza, ci ha permesso di elevarci al di sopra delle altre creature della terra? Ci è rimasta solo l’intelligenza, abbiamo perso la forza dell’istinto. Abbiamo perso la nostra spontaneità di animali, nel senso più alto del termine “animale”. Richiama qualcosa di animato, che ha un’anima. E’ questo che ci distingue dai sassi, dalle piante, dal ferro. Abbiamo un’anima. Ma animali non sono forse anche i cani, le foche, i pesci, gli scorpioni? Non si chiamano anche loro “animali”? Siamo nella stessa grande famiglia, checchè ne dicano moralisti e cleri di vario genere. Allora, forse, è il caso che tu ti domandi: l’anima non è forse solo questo? Non è forse l’istinto? Non è forse la pulsione interiore, lo slancio dei sentimenti, il fare qualcosa perché ti va di farla? Non è forse la semplicità dell’essere come si è, senza trucchi, senza schermi? Non è forse quel bagliore impercettibile nel cuore, quella scintilla che scatta, a volte senza che possiamo controllarla? Non torniamo forse a essere più autentici quando baciamo una persona che non doveva essere baciata? Quando tiriamo un pugno a chi ci ha fatto un torto, godiamo in un amplesso, piangiamo per la morte di un animale caro a noi, uomo o cane che sia? E’ questo il senso di essere viventi, il più grande dono che Dio, o la natura, o chi per loro, ci ha fatto. La possibilità di muoverci, non solo come corpi, ma anche e soprattutto come intelletto, come pensiero, come desideri e realizzazione di essi? Abbiamo smarrito il senso più semplice di essere umani, lo stato base. Viviamo per e delle apparenze, per soldi, ricchezza, status sociale. Siamo imbavagliati, stretti, imprigionati nelle consuetudini e nei ruoli che noi stessi ci affibbiamo a vicenda, stravolti e falsati da immagini di noi che non ci corrispondono, che servono solo a proteggerci e a farci accettare. Se solo si potesse tornare a vivere come un tempo. Nudi, non solo fuori, ma specialmente dentro. Spogliati di tutto, credenze, vere o false che siano, usi e costumi, briglie alla nostra irrinunciabile naturalezza di essere umano. Essere umano: questa volta non una definizione di noi stessi, ma un consiglio. Un ordine disperato."
November 18 Pagelle M&G- StudentiDopo il successo (solo presunto) delle pagelle ai corsi, ecco appena fatte le pagelle agli studenti. I voti sono andati a coloro che, nel bene o nel male, hanno caratterizzato questi nostri anni di studio. Il metodo è sempre il solito, sempre più collaudato, lo Ziliani.
Tatulli Roberto - 6
Si guadagna una postazione di riguardo nel Pantheon di Media e Giornalismo (per quello del Pd dovrà invece aspettare ancora un po’), il non più giovane burocrate già del Messina Calcio. Un ometto che vanta innumerevoli tentativi di imitazione (è pieno di suoi sosia a giro per il mondo) e un ancor più numerosa lista di soprannomi. “Ratatulli”, “NGB”, “Matulli”, “Rasta”, “Cioni Mario” “Robbè”, “Nerds-Emo”, fino al di Caldana conio “Tanturli” (gridato insieme all’impropero “Uomosessuale” dallo stesso Caldana un memorabile giorno in facoltà) sono solo alcuni dei suggestivi soprannomi che Tatulli (o Tatullenin, come malignamente lo chiamano i suoi avversari politici a cause delle sue staliniane simpatie) si è guadagnato in questi 3 anni. Una storia esemplare e particolare, quella del nostro eroe: partito dall’agro messinese verso il ricco e produttivo Nord Italia in cerca di fortune e lavoro, il nostro si avviò sulla sfortunata carriera di grafico pubblicitario al tristemente famoso Istituto d’Arte di Firenze, mefitica e plumbea struttura che vide ospite anche il sottoscritto per 5 lunghi anni. Compreso che il mondo dell’arte non era il suo ambiente, Tatulli si avviò, nevvero, in un nuovo habitat, quello del Giornalismo. Ignaro dei perigli che lo attendevano, Tatulli iniziò questa nuova avventura con spirito d’iniziativa e simpatia. Come non ricordare quel giovane, un po’ stempiato certo, ma giovane pingue e sorridente, che miagolava ad ogni ragazza che vedeva passare, nel non riuscito tentativo di sedurla? Col tempo, e con la triste scoperta delle nefandezze di MeG, Tatulli si rabbuiò, trasformandosi infine in un burocrate di partito, amante delle ciabatte pelose da ozio e di Passaparola, ed odiante di tutto ciò che è “ggiovane” e vivo. Il triste epilogo della sua vicenda umana: il matrimonio con la figlia del Megadirettoregalattico, Eleonora, e il fantozziano impiego da redattore in un giornale. A noi piace però ricordarlo, in una fredda e gioiosa notte di Capodanno, ubriaco e ridente, con il capo infilato in una scatola da pandoro vuota, lanciare improperi contro il malgoverno e le donne.
SMARRITO
Il Genovese - 4
Eccolo qua, il belin che viene da lontano. Sguardo a tratti spento, a tratti psicolabile, ciuffo all’Emanuele Filiberto di Savoia, parlata incomprensibile, abbigliamento come minimo discutibile, ed infine la consueta caratteristica di tutti i genovesi: la tirchioneria, come dimostra il gonfio portafogli che il ragazzo mette bene in mostra sulla chiappa destra, dislivello che gli ha fra l’altro causato una sciatica acuta. E’ questo l’impresentabile biglietto da visita del nostro caro amico, di cui si conosce solo il nome di battaglia, appunto “Il Genovese”. Dopo una vita passata per mare, tra tempeste ed oceani, il nostro eroe sbarcò, in un tempo imprecisato, al corso di studi in Media e Giornalismo. Leggende girano intorno alla sua storia e alla sua età: c’è chi dice di averlo visto qua a Firenze dal tempo dei Medici, chi di averlo adocchiato in prossimità del Risorgimento. Quel che è certo è che, se è sempre presente a lezione, non lo è mai agli appelli degli esami. O meglio, ad uno sì, memorabile. Lo ricordo ancora, perché ebbi la fortuna di assistervi. Il nostro si presentò davanti alla professoressa Solito, ammettendo candidamente di aver, senza remore o sensi di colpa, completamente tralasciato il libro dei saggi di sociologia della comunicazione pubblica. Lo disse col sorriso sulle labbra, quel sorriso un po’ ebete che abbiamo imparato ad amare, ma questo non bastò a salvarlo dalla sua fine. La partenopea docente lo cacciò via, e c’è chi dice di vederlo ancora oggi aggirarsi per il D5 in cerca di pace. Che possa trovarla.
LEGGENDA
Satana – 7,5
Un soprannome inquietante e mefisto per il trinariciuto e goffo ex meccanico calabrese, dalla folta e riccioluta chioma e dalla passione smodata per tutto ciò che è metal (ma non per il nichel). Il soprannome gli venne affibbiato da Gambacciani in persona, in seguito ad una singolare circostanza: secondo il giovane playboy, il nostro uomo si sarebbe presentato alla lezione inaugurale dei laboratori di public speaking, con la gioiosa e simpatica dichiarazione “Io sono Satana!”, dichiarazione che ha contribuito senza dubbio a peggiorare la sua già corvina fama. Non sappiamo quanto di vero e quanto di leggendario ci sia in tutto ciò. Rimane però la grandiosità del personaggio, presentatosi spesso a lezione con una tuta lezza e oleosa che portava sulla schiena l’effige “Officina fratelli Castracane- Gioia Tauro”. Amante degli angoli bui del D4, non è raro poterlo osservare con tutti i suoi diabolici ornamenti: una lunga coda rossa, piccole corna sul cranio, e la tessera del Pdci. C’è da rabbrividire.
MINACCIA
Lo Hobbit – 6
In tale fauna umana, non poteva nevvero mancare un esponente dei mezz’uomini. Direttamente dalla Contea, ecco lo Hobbit! Si ingnora il suo nome (presumibilmente Gangee o Brandibuck), ma si conosce la sua storia. Nato ad Hobbiville, capitale della Contea, ha frequentato il liceo classico “Bilbo Baggins” nella sua città, per poi trasferirsi in cerca di fortuna a Gondor. Spaventato dalla minaccia di Sauron, il nostro piccolo amico ha raggiunto finalmente la nostra città di Uomini. All’aspetto si presenta piacevole, appunto un incrocio tra un hobbit e un Furby (quei piccoli pupazzetti mi hanno sempre fatto paura), una folta e selvaggia chioma, e l’assenza del collo. Silenzioso come tutti gli esponenti della sua specie, lo ricordiamo soprattutto per la tenerezza dello sguardo. Memorabile l’incontro-scontro con Del Panta, che ebbe il coraggio di chiedergli in prestito la tessera della mensa, per poi scoppiargli a ridere in faccia una volta vista la foto (posso confermare che era decisamente comica). Il Del Panta accampò fragili scuse per la sua sguaiata risata, precisamente la frase “Che sciarpa buffa!”, ma da allora il nostro non è stato più lo stesso, e se ne è tornato mestamente nella sua amata Contea, dove passa il tempo tra coltivazioni di erba pipa e balli al vecchio mulino.
FIABESCO
Varenne – 3,5
Eh si, avete già capito di chi stiamo parlando, la centaura (o centauressa?) più famosa del giornalismo. Merita sicuramente una citazione in giudizio, l’equinoide pulzella dal forte e marcato (e quindi sguaiato) accento fiorentino, con cui a tratti si esibisce in nitriti degni del miglior Palio di Siena. Caratteristiche fisiche sicuramente fuori dalla norma, tra cui ricordiamo la lunga criniera (ehm chioma) nera, la dentatura tipica del purosangue arabo, la forte e guizzante muscolatura, che tiene costantemente in allenamento con un quotidiano galoppo a ostacoli nei cantieri della tramvia, Varenne è nevvero conosciuta ancora di più per il suo carattere e la sua dedizione al lecchinaggio (abitudine, questa, che condivide con non pochi membri di M&G). Facente parte del complesso delle tre, o cinque, grazie, insieme al “Topolino di Biancaneve”, alla “Segretaria Miope”, a “Checcazzovoi” e a “Paperino”, di cui forse avremo modo di parlare più avanti, la giunonica ragazza (ma c’è chi dice che tenga in serbo il classico “sorpresone”…) non perde occasione per titillare l’ego e la simpatia del professorone di turno, con frequenti interventi in vernacolo fiorentino, ma ancora maggiormente con il classico movimento della testa, in coordinazione con gli altri membri del gruppetto, come a dire “sisi, so di cosa sta parlando, caro prof, e sono d’accordo”. Da ricordare il pettegolezzo che la vuole protagonista di un’avventura a luci rosse con un docente dal parigino cognome, e soprattutto il suo passato darkettone: eh si, ecco un gustoso dettaglio che il vostro vi svela. Avendo preso per lunghi 5 anni il fatidico autobus 23, frequentanto anche dalla nostra eroina, posso confermare che l’aspetto da scolaretta ingenua che esibisce è decisamente recente. Ricordo di averla ammirata in plumbei e satanici vestiari, come collari punzonanti, bracciali in lattice e trucco alla Marylin (Manson, si intende) e ancor più di averla dovuta sentire esibirsi in alcuni confusi e ridicoli discorsi sulla supremazia del proletariato e sulla crisi della borghesia. Si è forse politicamente ravveduta? Vedremo
FORZA DELLA NATURA
Gazzetta – 4
In ogni classe che si rispetti ci sono sempre uno o due elementi strani, asociali e senza amici, gli anelli deboli della catena, i primi ad essere mangiati dal pescecane bullo di turno, ad essere messi sotto, perseguitati, presi in giro, feriti dai compagni nel corpo e nello spirito: i cosiddetti “Nerds”. Ebbene, quando hanno fortuna possono sperare di trovare compagni simili nella sventura, altri omuncoli con cui disquisire di computer, lenti per occhiali e gli altri esilaranti argomenti che tanto amano. Quando sono in gruppo, i Nerds difficilmente vengono attaccati da “quelli ggiusti”: il problema è quando il Nerd, già disorientato ed impaurito da tutte quelle ragazze così carine, si trova da solo ad affrontare tali perigli. E’ questo il caso di “Gazzetta”, esponente di spicco della casta, tutto sport e calvizie. I primi avvistamenti di tale individuo, che si presenta sgradevole alla vista e all’olfatto (memorabile il grosso giacchetto rosso da sciatore che il nostro eroe sfoggia da ottobre a maggio) risalgono all’ultimo anno, quando cominciò a prendere posto nelle ultime file delle aule e a seguire le lezioni dei nostri corsi. Non lo notammo subito, il Nerd ha di per sé il dono dell’invisibilità; cominciammo a prendere consapevolezza della sua esistenza in un’occasione precisa: eravamo, come al solito, fuori dall’aula in gruppo, precisamente a forma di cerchio, a chiacchierare, sparare cazzate e ridere sguaiatamente, quando ci accorgemmo di tale essere che ci osservava da dietro una colonna, con un mezzo sorriso sul pingue volto. Era chiaro che bramava unirsi alla comitiva (mica è cosi facile, devi essere figo tanto così per farne parte) e ridere con noi. Noi, da parte nostra, lo ignorammo, nonostante il suo goffo tentativo di avvicinarsi, ma quando ad una mia esilarante battuta il nostro scoppiò a ridere insieme a noi, ecco che non potemmo più far finta che non esistesse: sorpresi dalla gaia e scintillante risata, ci girammo tutti verso di lui, e lo osservammo. Il sorriso gli morì sul volto, e si ritirò velocemente nell’ombra della balaustra. Dopo questo episodio, ci accorgemmo appunto che esisteva anche lui, e soprattutto ci accorgemmo di simpatici gadget che il nostro sfoggiava: una “Gazzetta dello Sport” dell’A.D. 1995 (da qui il nome) che il Nerd faceva finta di leggere quando non aveva nulla da fare, e un simpatico diario degli Sharks (quelli di “Quattro pinne all’orizzonteeee) su cui Gazzetta appuntava compiti e, suppongo, informazioni su di noi. Sicuramente un piccolo grande mito
INCOMPRESO
Samuel Katarro – 4
Non lasciatevi ingannare dall’appellativo: non è una nostra invenzione, ma il suo nome d’arte. Stiamo infatti per parlare di una delle figure più eminenti e importanti del panorama musicale di M&G, uno a cui i Reeshow non son degni di scogliere i legacci del sandalo (e che sandalo!). Samuel Katarro non è il tipo che conosci e apprezzi subito. Il suo aspetto è semi-normale, se si esclude la folta chioma e il fatto che dimostri 15 anni di meno dell’età effettiva. Insomma, un normale ed efebico fanciullo, vittima di amori pederasti certo, ma normale. Ma Samuel nasconde un lato oscuro: la sua carriera di musicista e cantante. Ora, non ho nulla contro il fatto che lui canti. E’ il tipo di musica che mi fa rabbrividire. Di questa scoperta dobbiamo certamente ringraziare The Ghila, il nostro bibliotecario ed archivista, di cui avremo modo di parlare, che passa le sue ore a cercare informazioni su internet a proposito di persone che conosce. Fu lui che mi segnalò il Myspace del Katarro: cliccai sul link, e mi trovai perso in un mondo di musiche e melodie assurde e stramboidi, da Lsd, sulle quali il nostro esprimeva il suo talento gracchiando e ululando parole incompresibili. Per la paura, distrussi il Pc e scappai, ma che meraviglia quando scoprii che l’artista era famoso e apprezzato nei circuiti della musica alternativa, quella che io amo chiamare “da fattoni”. Una storia bifronte, quella di Samuel, insomma: di giorno anonimo e grigio studentesso, di notte satiresco e inquietante cantore dei mali e dei vizi della nostra società
SORPRESA
Giulio Tonini – 7,5
Merita sicuramente una citazione un po’ lunghetta il noto rocker pisano-livornese. La storia musicale di Giulio inizia tanto tempo fa, nei favolosi 60’s: dopo un’infanzia travagliata, in cui il piccolo e viziato secondogenito di casa Tonini vive in un mondo a sé, nella sua Stanza dei Giochi, dominato da fiabeschi personaggi come “Cecconi” (nella cui esistenza crede tuttora) e “Giannotto”, e un’adolescenza altrettanto difficoltosa, passata nel collegio religioso in cui il cantante svilupperà il suo bieco ateismo, il ragazzo decide di dare una svolta alla sua grigia esistenza, scegliendo la strada, insidiosa e perigliosa, della musica. E’ allora che Giulio perde il supporto della famiglia, che lo ripudierà in seguito alla sua scelta di “fare del rock’n roll” (“quella è musica del demonio, dovrebbe trovarsi un vero lavoro” fu il commento dell’amareggiato padre, che lo avrebbe voluto vedere dottore), un genere che appunto in quei tempi così moralmente e politicamente corretti, era visto come sbagliato e foriero di disordini. Ma il nostro eroe non si scoraggia, supportato nella sua volontà dagli esempi di quelli che diventeranno poi i suoi “padrini” musicali, ossia Elvis Presley, di cui tenterà goffamente di imitare le mosse sul palco, e Little Tony. Giulio crede in sé stesso, e nel ’60, a soli 20 anni, il poliedrico cantore riesce a pubblicare il suo primo singolo, “Se poi, noi…”, un Lp prodotto dalla Lux Musicalità. Il singolo, un frizzante mix di rock e boogie woogie, diventa il successo dell’anno, rimanendo per sei settimane al primo posto della SuperClassifica Vinili. La Lux, conscia di aver scoperto un gioiello, lo mette sotto contratto: seimila lire all’anno (all’epoca tantissimi soldi) e una tournee nelle maggiori balere e piazze italiane, dove il nostro, oltre al già citato successo, porterà sul palco gli altri 8 brani del suo primo album Lp, “Spicchi di luna”. Sono gli anni in cui , mentre Mina è per tutti “la tigre di Cremona” e Iva Zanicchi “l’aquila di Ligonchio, Giulio si merita l’appellativo de “il gatto di Cecina”, un appellativo che susciterà ilarità e tenerezza tra le centinaia di fans che affollano le balere maremmane dove il nostro si esibisce in italici e autobiografici successi come “Boogie Woogie in riva al mar” e “Baciami dottore”. La tormentata storia d’amore con Alida Valli (anche se diverse voci lo vorranno, in futuro, omosessuale) e i modi da dandy retrò faranno di Giulio Tonini l’astro nascente degli anni del Boom economico italiano. Troppo successo, però, dà alla testa, e il secondo lavoro di Giulio, l’Lp “Sogno rock’n roll” è un buco nell’acqua. Giulio sembra aver perso la brillantezza e il coraggio dei bei tempi (tra cui ricordiamo, ad esempio, la famosissima e scandalosa “le vedevo la caviglia, tutta nuda tutta nuda”, tratta da “Boogie Woogie in riva al mar”), appiattendosi su cover e pezzi anonimi (fra cui la famosa “Una goccia sulla guancia”, chiara taroccatura di “Una lacrima sul viso” di Bobby Solo, una querelle che fu all’origine dell’aspra ostilità tra i due cantanti). Le vendite crollano, Giulio è vittima di un linciaggio artistico senza precedenti, e la Lux lo scarica. Sono gli anni bui di Tonini, in cui il nostro abbraccia l’infernale vizio della dipendenza da tic tac: senza amici, senza amore, senza famiglia e senza lavoro, Giulio non saprà far altro che affidarsi alle mefitiche praline. Ma la tempra del rocker è forte, e, dopo vent’anni di esilio e disintossicazione, forte di un nuovo look e di un nuovo stile indy-dance, l’artista torna nell’82 sui palchi e nelle radio degli italiani con un nuovo successo, “Disco-love”: è questo il periodo delle grandi collaborazioni, tra cui quelle con Gloria Ganyor e Daddy-U ( un passato da discotecaro che un anziano Tonini rinnegherà in seguito). Ma il suo stile, una folta chioma ondulata, trucco pesante e abiti succinti tutto strass e perline, gli avocano il gradimento del pubblico (è in questi anni che il nostro guadagnerà l’appellativo di “Checca Isterica”). Per Giulio Tonini sembra arrivare una seconda, e definitiva, morte artistica: si moltiplicano le voci che lo vogliono protagonista della scena sado-coca-bondage cecinese, voci che causeranno la definitiva separazione dalla storica moglie, Margherita, a cui il nostro aveva dedicato nel 65 la struggente ballad dal titolo, appunto, “Margherita” (l’originalità non è mai stato il suo forte). Giulio è smarrito, i vecchi amici dello show biz sembrano spariti un’altra volta, e la malinconia prende il sopravvento: il rocker si ritira nella villa di famiglia, a Cecina beach, dove vivrà i successivi anni nell’anonimato più segreto, vivendo della pesca alla spigola. Ma il genio artistico di Giulio non è spento, cova ancora sotto le braci dell’insuccesso: spinto da questo nuovo amore per il mare, il nostro eroe si reinvesta cantautore regionalista, e si presenta con un nuovo cd, “In the navy”, che vede la collaborazione del noto paroliere regionalista Mario Caciagli, famoso come “Il Mogol del Mugello”. Giulio parte per una lunga tournèè nei maggiori porti e moli della Toscana, con il suo nuovo stile folk-pop (è questo il periodo delle esibizioni live vestito da marinaio). Purtroppo gli anni 90 sono gli anni del cambiamento, e non c’è più posto per le vecchie glorie della canzone italiana. Giulio sparisce, sembra definitivamente, dalla circolazione, e non si sa più nulla di lui. Fino al 2003, anno in cui, grazie al supporto di Alessandro Bientinesi da Via Fagioli, storico direttore della “Voce della curva”, Giulio torna agli studi, abbandonati dopo il collegio, e si iscrive al famigerato corso di Media & Giornalismo. I primi due anni l’ex rocker non conclude nulla di buono, sembra che la voglia di studiare sia ai minimi storici, ma l’incontro con il Clan Gambacciani, storico gruppo etnico-sociale fiorentino cambia la sua vita. Giulio viene accolto e benvoluto come nuovo giullare del gruppo, e non ha importanza se per quelle amicizie il nostro si sia dovuto umiliare travestendosi da donna o cantando brani da eunuco: gli amici sono tornati. Giulio è ambizioso, e con il tempo scala la piramide sociale del clan, fino a diventarne Numero 2 ufficiale. Purtroppo la carne è debole, Tonini punta gli occhi sulle graziose cugine e sorelle di Gambacciani, infrazione che il nostro pagherà caro: non avrà le suddette fanciulle e viene cacciato con disonore dal Clan. La coccarda del Numero 2 passa così sull’orgoglioso petto di Lorenzo “Basetta” Baldi. Giulio la prende male, l’invidia e il rimorso lo divorano, ma il destino ha in serbo per lui nuovi luminosi scenari. Dall’incontro con il noto sindacalista leninista grossetano Marco Parracciani (chitarra), con il dirigente di CL giovani di Peretola Andrea Abate (chitarra), con l’inesistente e inavvistato batterista che chiameremo “X” e con il talentuoso enologo di Molfetta Salvatore Hans (basso), nascono i Reeshow, gruppo indie rock sulla falsariga degli Oasis. La band, nonostante il fattore visivo, musicalmente funziona, i brani, tra cui come non ricordare il celebre tormentone “Mona Lisa Smile”, trascinano le folle, e per i Reeshow sembrano spalancarsi le cigolanti porte del successo (per ora regionale),e si guadagnano premi e riconoscenze, come il “Pooh Award” 2007 e l’”Apicella d’oro 2008”. Purtroppo Giulio è una testa calda, il suo look è discutibile (sono gli anni del “Cartone-style”: tutto, dalle scarpe allo zainetto, doveva essere fabbricato con cartone compresso, in nome di una non meglio specificata “sensibilità ecologica” scoperta dal cantore), e tutto questo crea forti frizioni all’interno della band: Giulio decide di mollare quelli che chiamerà in un’intervista “quegli inutili coglioni-zavorra”, e parte, nel luglio 2008, per una tournèè da solista in Colombia, dove alcuni suoi successi erano purtroppo arrivati e avevano attecchito. Nel lungo viaggio, caratterizzato da una crisi di panico da aereo a Roma Fiumicino, crisi poi rientrata in seguito a minacce e flebo, Giulio è accompagnato da Maurizio Belli (di cui non parlerò) e dal buon e già citato Lorenzo Baldi, anche lui ormai silurato dal Clan. La Colombia sarà un’esperienza bellissima per tutti e tre, Giulio collezionerà amicizie, nuove sonorità, ma soprattutto una collezione di pacchi e bidoni dalle mujeres del luogo che gli ha dato non pochi problemi ai gates internazionali. Giulio torna però cambiato dall’esperienza, i Reshow, in mancanza di meglio, lo riprendono fra di loro, e la band ricomincia a suonare per locali e pub in mezza Toscana. Ora come ora Giulio sembra aver ritrovato la serenità, tra nuove canzoni e comparsate nei programmi nostalgici della Rai, a cui il nostro si presta volentieri, come una spassosa gag sulle note di “Se poi, noi” a “Tutti pazzi per la tele”, dalla Clerici, su Rai 1, episodi che gli avocheranno i pochi bricioli di stima artistica rimasti, ma riempiranno di euro le sue svuotate tasche. Che finalmente abbia ritrovato la serenità, e soprattutto un taglio di capelli non dico decente, ma almeno non inguardabile? Mah, chi lo sa, noi glielo auguriamo. Buona fortuna
IMMORTALE
Mayra – 3
Eccola qua, l’ultimo ritrovato in fatto di adulazioni di docenti. Mayra, pittrice trentenne con l’hobby delle lauree inutili e dal tono di voce saccente e sprezzante. La poliedrica artista, che ha qualcosa di Margherita Buy (precisamente gli occhi spiritati), approdata a M&G non ci ha messo molto tempo a farsi notare tra capre e ignorantoni vari: in poco tempo, insieme al ridicolo Francesco “PaperinPieraccioni”, con cui ha dato vita al duo più odiato della cultura italiana, è diventata la cocca della professoressa di inglese, garantendosi con il suo buon uso della lingua una lunga carriera da protetta. Non è raro vedere le due oramai amiche gironzolare sui loro velocipedi per via delle Pandette, incuranti degli sguardi di odio che le raggiungono, sguardi che liquidano con un sarcastico ed inglesissimo “They’re italians, off course, race of shit”.
NOBILTA’ PERDUTA
Giacomo Ghilardi – 8
Questo nome non dirà forse molto alla maggior parte del triste popolo dei media e giornalai, un comune nome da uomo qualunque. Il discorso cambia se si parla di “The Ghila” (si pronuncia, urlando, “deghilaaaaaaaa”), bucolico magnaccio di Montecatini Terme. Come un novello Dottor Jeckill and Mr Hyde, Giacomo Ghilardi, di giorno tranquillo studente di giornalismo all’Università di Firenze, dai pochi hobbies, tra cui ricordiamo l’osservazione dal divano della propria madre impegnata nelle faccende di casa, e la ricerca di inutili nozioni ed eventi su Internet, si trasforma di notte, per inspiegabili motivi, in “The Ghila”, spietato e psicolabile serial killer, con una passione particolare e sfrenata per lo sterminio di famigliole felici. Accusato dei più biechi crimini della storia italiana, tra cui i delitti del Mostro di Firenze, l’omicidio del Circeo, la presidenza delle Bestie di Satana e la frequentazione del salotto di Porta a Porta (trasmissione che gli ha dedicato non pochi speciali in seconda serata, tra cui uno, memorabile, che vedeva in studio il plastico del polo di Novoli) il nostro eroe è sempre riuscito a sfuggire alle maglie della giustizia: eh si, grazie ai ricchi introiti che Giacomo incassa dalla professione di famiglia, ossia il protettorato di larga parte delle meretrici di Montecatini, si è sempre potuto permettere grandi avvocati difensori, tra cui come Carlo Taormina e Gaetano Pecorella, autentici principi del foro. La sua fedina penale risulta quindi linda come quella di un bambino, non così la sua sporca coscienza. Non è raro vederlo, specie nelle notti invernali, girare per le strade cittadine ridendo a squarciagola con il suo caratteristico sacco sulle spalle, ove trasporta i membri smembrati delle sfortunate famiglie che gli capitano sottotiro.
GLACIALE
Emilio Veloci – 8
Eccolo qua: un nome, una garanzia. Emilio Veloci, scricciolesco rappresentante studentesco di Media e Giornalismo, tutto barba incolta e Marx. Alla vista non gli daresti un soldo: tipico vestiario da zecca, con magliette colorate e jeans sdruciti, capello incolore, inodore, insapore e quel simpatico paio di occhiali da secchione. Il carattere non è certo da combattivo sindacalista: una flebile vocina espone idee innocue, buone, gentili, tenere come lo è il proprietario. E allora che ci fa questo piccolo amico alla guida del potente sindacato studentesco? Non lo sappiamo, sappiamo solo che è stato eletto. Forse il fatto di essere l’unico candidato votabile ha aiutato un pochino la sua elezione. Quello che conta, comunque, è che dal giorno della sua elezione Emilio Veloci è diventato un fenomeno mediatico: in edicola vanno a ruba “Le avventure di Emilio Veloci”, fumetto a strisce sulle strampalate vicende del nostro amico (riunite nello splendido Almanacco mensile, rilegato in pelle di “padroni”), presto anche su Italia 1 nella versione animata; in libreria la sua autobiografia, “Io e il potere”, è in vetta alle classifiche dei libri più venduti; su Youtube è tutto un fiorire di video dedicati al Rosso; perfino la Giochi Preziosi ha lanciato una linea di modellini dedicati ad Emilio, tra cui spicca la versione maxi da 70 cm, con cordicella inclusa che, se tirata, fa pronunciare dal giocattolo frasi come “Morte alla borghesia” e “Hasta la istruciòn sempre” (nella versione deluxe fornito di kefiah in vera stoffa palestinese e molotov). Le ultime voci parlano di una fiction a puntate sulla sua vita, e di una possibile candidatura nelle file della Sinistra Arcobaleno. Che dire: auguri, Emilio, te lo meriti.
RESISTENZA
Paolo Briganti - 8,5
Conosciuto anche come “Paolone”, “Brighella”, “Er Brigante”, “Stegosauro” e “Stegopaolo”, Paolo Briganti è una delle travi portanti del corso di laurea, autentico fiore all’occhiello di Novoli, da lui ribattezzata “Novograd” o “Gotham City”, per il grigiore sovietico e la totale mancanza di vegetazione che caratterizza il Polo. Una vita dedicata alla Fiorentina, alle destre regionaliste, all’amicizia, ma soprattutto al salutare consumo di droghe e alcool, consumo che però non sembra influire minimamente sulle prestazioni calcistiche del nostro, sotto contratto sia con l’Atletico Savonarola che con i Nerds United. Come in una novella Arancia Meccanica, Paolo vive così, tra una dose di Latte + sorseggiata al Bar di Novoli, una passeggiata in sala lettura e qualche sano pestaggio di extracomunitari (specie le famigerate Vipere, nevvero Paolo?). Il nostro amico si caratterizza per conoscere praticamente tutti. Non è un eufemismo: chi ha avuto la fortuna di passeggiare con lui in una qualsiasi parte del mondo, avrà notato che viene praticamente fermato e salutato da tutti, è un fiorire di strette di mano, abbracci, tiri da qualche spinello o sorsate da qualche drink, mentre tu ti trovi là, da solo, a rimuginare sul tuo presente di solitudine. Paolo è un autentico mostro dello show-biz: dove è lui, ecco la festa. Un’ultima osservazione: credo che abbia il dono dell’ubiquità; non è raro, infatti, osservare la sua comparsa in vari posti contemporaneamente, manco fosse la Madonna, se tali eventi meritano la sua presenza, naturalmente. Cin cin, Paolone
PARANORMALE
Carlo – 4
Sicuramente è tra gli esseri più pericolosi che pullulano nel nostro mondo: Carlo è il più temibile rivale di Matrix, “la proiezione mentale del tuo io digitale” (non ho mai capito cosa volesse dire, suppongo una mazza, ma siccome fa figo lo cito di continuo). Esso è infatti un malvagio sistema operativo, molto più evoluto di Windows o Linux o Machintosh, un host che gestisce il sito Fadders.net, dedicato a noi, giovani e meno giovani, studenti di Media e Giornaletti. Chiaramente Carlo tenta di farsi passare come essere vivente, per poterci controllare meglio, e a tale scopo riesce ad assumere le pingui fattezze di uno studente sulla trentina, grassottello e con la barba, simile all’Uomo Fumetto dei Simpsons. Nessuno, naturalmente, lo ha mai visto dal vivo, quell’immagine è solo un ologramma che Carlo, o Karlo come lo chiamano i comunisti, proietta allo scopo di ingannarci. Per fortuna, da un po’ di tempo a questa parte alcune persone, geni del computer, sono riusciti ad uscire da Carlo e dalla realtà virtuale che proponeva, e nonostante la costante presenza delle malefiche sentinelle, sempre a caccia delle menti libere. Tra questi eroici ribelli, ricordiamo Sgrofolo, detto l’Eletto, che è riuscito ad opporsi al malefico Carlo tramite attacchi hacker al malvagio forum di Fadders. Il nefasto sistema operativo ha tentato più volte di distruggere Sgrofolo ed i suoi compagni, ma senza riuscirci. Ci auguriamo che Carlo non ci riesca mai, e che finalmente possa essere sconfitto. Voci di palazzo (precisamente di D4) parlano di una fine data ormai per imminente per l’elefantiaca entità, parlando perfino di un conto alla rovescia per lo spengimento di Fadders. Sarebbe un trionfo per il bene e per la razza umana su una tecnologia che, come hanno denunciato anche il Papa e il Mago Otelma, spesso prende il sopravvento sul suo creatore, l’uomo.
APOCALISSE
Caldana – 8
Direttamente da Trainspotting, provincia di Grosseto, o giù di lì, arriva Caldana, un mito per tutti noi studenti a tempo pieno (e anche per i fadders). Grazie a dichiarazioni estemporanee come "Ma la comunicazione pubblica a cosa serve?", resa a 30 secondi dalla fine del corso "sociologia della comunicazione pubblica ( che aveva come obbiettivo appunto esplicare cosa diavolo fosse), o trovate geniali come piazzare un Corriere della Sera sulla scrivania del Desideri durante l'esame, per distrarlo dal controllo sugli studenti copiatori (obbiettivo centrato), Caldana si è conquistato l’ammirazione e la simpatia dell’intero polo di Novoli. Cresciuto politicamente nelle moderate file dei Giovani Comunisti per la Distruzione dei Non Comunisti, simpatica sigla nella galassia della sinistra extraparlamentare livornese, il nostro eroe non discrimina, però, gli oppositori politici, essendo fraterno amico e compagno di numerose teste calde di destra. E poi, come non voler bene a quel sempre simpatico e gioviale volto, quel sorriso a 62 denti, quella rapa a zero un po’ discontinua, quell’amabile accento da pastore maremmano? E come non benvolerlo, quando si odono le sue caratteristiche urla di richiamo e saluto echeggiare per le dechirichiane pareti di Novograd? Si, amici: Caldana è uno di noi e ce lo teniamo stretto
AMABILE
Picchiarello – 4
Chi conosce il suo vero nome? Nessuno. Per tutti Picchiarello è semplicemente Picchiarello, il piccolo e nero pulcino calabrese che, dopo aver terminato fisicamente Calimero (testimoni oculari dicono per mezzo di acido solforico), ha preso il suo posto non solo negli spot Ava, ma anche nel cuore di molti bambini. La sua storia inizia da lontano e lontano, ovvero più di dieci anni fa nelle lontane miniere di carbone di Purzello Calabro, in provincia di Reggio Calabria, dove il futuro genio, ancora bambino, viene avviato al lavoro di minatore dal malvagio padre. Nonostante tutto, il nostro si getta nella mansione con grande impegno e abilità, tanto da guadagnarsi l’affettuoso coro “Picchia, picchia, Picchiarello!” da parte dei suoi compagni minatori. Sarà qua che il gracile ometto diventerà per tutti Picchiarello, soprannome che gli calzerà a pennello e gli rimarrà attaccato addosso quanto l’abbronzatura a Barack Obama. Una volta superata la dura era del lavoro in miniera, il nostro deciderà di emigrare nel ricco Nord, fermandosi però nella nostra città, come studente a Novograd. Qua diventerà famoso grazie al suo caratteristico grido di battaglia “Mi scusi professsooooooreeee!”, gridato in dialetto calabrese pronunciatissimo, con cui interrompe le lezioni di turno e soprattutto mette alla prova la pazienza dei docenti e dei compagni di corso che, infatti, perdendo la pazienza, lo faranno vittima di scherzi, burle, malefatte e ruberie delle sue caratterische merende (fra le quali ricordiamo, a titolo di esempio, ghiottonerie calabresi come il sacco vitellino, la melanzena gratinata, e il panino tonno e cinghiale). Nonostante tutto, nei nostri cuori.
EROICO
Il Sardo – 4
Esponente di spicco della folta comunità isolana che affolla Media & Giornalismo, il satiresco e paffuto chitarrista-studente-mediano-seduttore-giramondo-pokerista-proprietario terriero e chi più ne ha più ne metta si merita un posto di riguardo in questa Walk of Fame. Da quando fece la sua comparsa, nel lontano secondo anno, con un auto-invito per una partita di calcetto che rimarrà nella storia per sfacciataggine ed estroversione, il Sardo è stato presenza costante nelle nostre vite. Nessuno può vantarsi di non conoscerlo, nessuno può fissarlo e poi affermare di non essere suo amico: la sua parlantina vivace e cristallina, le sue argomentazioni sul corso del mondo e degli eventi, i suoi interminabili racconti, veri o falsi che siano, hanno fatto da sottofondo alle nostre vite per tanto, tantissimo, troppo tempo. La sua petulante presenza è, per fortuna, intervallata dai frequenti viaggi (i cui inizi comportano festeggiamenti e celebrazioni in tutta Italia) che lo vedono protagonista nei più lontani angoli del globo terracqueo, viaggi caratterizzati, a quanto ei dice, da frequente e strabiliante attività sessuale con le ragazze del luogo, che sembrano non resistere al suo fascino e soprattutto al suo alito a base di mirto e ovino, e da divertenti ed eccitanti avventure, che purtroppo si concludono sempre bene. Mai che ad un dannato abitante delle favelas di Rio venga in mente di rapinare e far fuori il nostro caro amico, mai che ad un branco di renne svedesi baleni in testa l’idea di travolgerlo con il loro galoppo: il nostro si salva sempre, e muore dalla voglia di raccontarcelo. Scherziamo, ovviamente, Paolo. Ahiò. Ahiò siempre, cabron.
BRILLANTEZZA
Un saluto e un caro ricordo anche a tutti gli altri componenti della variegata fauna di Media e Giornalismo, in particolare l’Uomo Gatto, la Donna Gatto, Sgrofolo, la Scimmia, l’Uomo, El Hadji Diouf, Pantalonafiori, il giovane Che Guevara, Picchiarello, Elvis, gli innumerevoli sosia di Tatulli, Avril Lavigne, la folta comunità sarda, Frangetta, la Siope, Topolino e Paperino, Cafu, Gattuso, Bulldog, il Bomber detto anche Cesar Valpiando, Valternaimo, Boe Sislac, il muso livornese, lo Zio, il Nonno, Tizzy m’attizzi e tutti gli altri…grazie ragazzi. September 29 Il ReliquiarioLa televisione italiana versa sicuramente in condizioni pietose: tra la totale assenza di proposte nuove e interessanti, e un livello infimo che sembra essere diventato il paradigma televisivo, il palinsesto italico non presenta sicuramente un’ampia possibilità di scelta. C’è però una rete in particolare che racchiude in sé il peggio del peggio, una rete che, non a caso, tranne sporadici e rarissimi casi, evito come la peste: Rai Uno. Proprio la rete ammiraglia della televisione pubblica presenta in sé il peggio della società italiana, ossia il guardare sempre all’indietro, al tempo passato, al “come eravamo”, senza mai rischiare qualcosa di nuovo, azzardare, imboccare e percorrere una strada ancora non battuta, non sondata. Questa caratteristica, che più che caratteristica sarebbe meglio definire difetto, appesta la società italiana in tutti i suoi aspetti, politico, culturale e sociale: nel lavoro come in Parlamento, sono pochi i giovani al posto di comando, costantemente soffocati dalla tendenza al conservazionismo ammuffito e retrogrado. Ecco, penso che Rai 1 sia l’esatto specchio della società italiana. Per fare un esempio, per questa nuova stagione ecco un sunto di quello che Rai 1 “offrirà” ai propri ottuagenari telespettatori (o radioascoltatori, che fa ancora più “vecchiume”): Carràmba che sorpresa! E’ tornata, alla veneranda età di 75 anni, la mitica, insostituibile Raffaella Carrà! Che mancanza si sentiva del suo ombelico desnudo e rumbeggiante, dei suoi vestiti di strasse e perline, e soprattutto di quelle splendide, vivaci, sensazionali sorpresone (sicuramente non preparate e convenzionate prima con le “vittime” e i famosi “ganci”…), che ci facevano sussultare sui divani di casa al grido di “Carràmba che sorpresa!”. E chi se lo aspettava che quel faccia di pirla seduto in terza fila a godersi le tremolanti carni del caschetto d’oro, impietosamente lasciate in prima serata quando ancora i poveri bambini non sono sotto le coperte (che incubi, poveri bambini!), aveva un cugino in Paraguay, in Argentina, o il Diavolo sa dove, che non vedeva da 30 anni??!! E che emozioni, quando Raffaella, dopo aver terminato il Tuca Tuca di turno insieme ai suoi “Boys” (ma oggi sarebbe più giusto chiamarli “Granfathers”), si avvicinava, quatta quatta, al faccia da pirla, lo portava sul palco e lo faceva ricongiungere carnalmente al tanto amato cugino, al grido di “E’ quiiiiiii!!!”. Bene, se come me sentivate la mancanza di queste emozioni, rallegratevi, perché l’immortale Raffaella ci terrà compagnia con il suo varietà per tutto l’inverno, in uno show arricchito dalla altrettanto mitica Lotteria Italia, evento che riesce a dare quel tocco retrò in più a qualsiasi programma la veda affibbiata. Ma sembra che le sdentate e tremolanti platee di Raiuno non fossero soddisfatte di tale vecchiume spiattellato in prima serata, e così, ecco la burrosa, bionda e completamente scema Antonella Clerici presentarsi, fiera delle già esilaranti prove del cuoco e treni dei desideri vari, con un nuovo roboante, fiammeggiante, rischioso…”Tutti pazzi per la televisione!”. Un talk-show, la Clerici più qualche vecchia gloria televisiva dissotterrata per l’occasione (mentre facevo zapping ho intravisto Pamela Anderson…ma che diavolo ci faceva?) intorno a un tavolo a ciarlare di anzianità mediatiche, e tanti, tantissimi filmati (wow!) della televisione d’epoca, dei tempi della mamma Rai educatrice alla Bernabei. Insomma, un Frankestein catodico, creatura immonda assemblata con pezzi di programmi già morti, il tutto condito dalla sempre esilarante conduzione dell’Antonella Nazionale, e da simpaticissimi sketch, come l’entrata di Mal dei Primitivs a bordo di Furia, il cavallo del west, con canzoncina annessa, che per poco non scagazzava per lo studio disarcionando Mal medesimo, tra l’euforia del pubblico. Se a queste due perle ci aggiungete programmi come “I migliori anni” (e già il funereo nome non dovrebbe far presagire nulla di giovane e vitale), condotto da Carlo Conti, varietà incentrato sulla Celebrazione dei tempi passati, con foto e filmati di repertorio, e le immancabili canzonette da regime; “Miss Italia”, programma morto e sepolto almeno quanto il suo fondatore Enzo Mirigliani, sagra delle vacche dalla lunghezza interminabile e assolutamente svuotato di significato, cancellato da “Veline”; il Festival di Sanremo, palcoscenico per cantanti in disuso o semi-falliti, maratona senza fine affidata da sempre al re della televisione vecchia e stantia, Pippo Baudo, che con la sua conduzione renderebbe noiosa anche “Miss maglietta bagnata”; “Porta a porta”, talk-show naftalinico di cui ho ampiamente parlato; tutta quella interminabile serie di contenitori mattutini, da “Occhio alla spesa”, con tanto di corrispondenti webcam muniti nei vari mercati della verdura italiani, alla ricerca del prezzo più basso, al cucuzziano “Uno mattina”, e così via; eccovi servito 24 ore al giorno il reliquiario della televisione, il museo delle mummie della società italiana. Tutto ciò che è vecchio, obsoleto, superato e visto viene riproposto nella sua nauseante monotonia, senza innovazioni o cambiamenti, per non spaventare quel pubblico di over 60 che si culla nei ricordi della propria infanzia e giovinezza. Una televisione che non si preoccupa minimamente di offrire contenuti per i più giovani, o perlomeno di proporre qualcosa di nuovo, magari importato da altri paesi, ma che comunque comporti una spolverata di schemi e idee. Rai Uno si consola con i dati Auditel, che vedono i suoi parkinsoniani programmi premiati da ascolti di milioni di telespettatori. Io dico che, in un Paese come l’Italia, con l’età media più alta del mondo, con milioni di abitanti sopra i 60 anni, a crescita, demografica e non solo, zero, tutto questo è normale, è comprensibile. La persona anziana guarda sempre all’indietro, alla bellezza dei tempi che furono, in nome del sempreverde “Si stava meglio quando si stava peggio”, e di conseguenza premia chi propone un programma che si addica a tale visione della vita. Penso anche però che un servizio pubblico, per cui, voglio ricordarlo, siamo obbligati a pagare una tassa ogni anno (ma questo non comporta certo l’assenza di pubblicità…), abbia il compito di essere un servizio per tutti, e non solo per quella nicchia demografica che ti permette di vendere spazi pubblicitari all’interno dei tuoi programmi. Ci si lamenta tanto della televisione di Berlusconi, la si chiama diseducativa, deficiente e via dicendo; in questo momento Rai Uno è semplicemente ridicola. A quando qualche bel film muto in prima serata, o qualche discorsetto del Duce? September 28 Monologo"Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite. Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto. E in un modo che non puoi immaginare adesso. Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava. Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio. Fa' una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta! Non essere crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo. Lavati i denti. Non perdere tempo con l'invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro. La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso. Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente, dimmi come si fa... Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti-conto. Rilassati! Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno. Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno. Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant'anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio. Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse, come quelle di chiunque altro. Goditi il tuo corpo, usalo in tutti i modi che puoi, senza paura e senza temere quel che pensa la gente. E' il più grande strumento che potrai mai avere. Balla! Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno. Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai. Non leggere le riviste di bellezza: ti faranno solo sentire orrendo. Cerca di conoscere i tuoi genitori, non puoi sapere quando se ne andranno per sempre. Tratta bene i tuoi fratelli, sono il miglior legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro. Renditi conto che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, i più preziosi, rimarranno. Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane. Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca. Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca. Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant'anni, sembreranno di un ottantacinquenne. Sii cauto nell'accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga. Ma accetta il consiglio... per questa volta." Dal film "Big Kahuna" September 23 Antifascista? Non basta...“Chi è democratico è a pieno titolo antifascista, e la destra deve riconoscersi nei valori dell’antifascismo”. E’ questo il succo del discorso, per la verità molto più lungo e articolato, che il leader maximo di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, ha pronunciato davanti alla platea di ragazzi riuniti a Roma alla festa di Azione Giovani, organismo giovanile di An. Sicuramente Fini ha dimostrato grande coraggio, umano e politico (alcuni la chiamerebbero incoerenza, per uno che fino a quindici anni fa considerava Mussolini “un grande statista”…), nel pronunciare queste parole davanti allo zoccolo duro del suo partito, quei ragazzi che, proprio in quanto ragazzi, sono portati a estremizzare le proprie visioni e a difendere le proprie posizioni. Poteva scegliere una qualsiasi festa del Pd (e non ne mancano di certo in giro per l’Italia, dato che, nell’incapacità totale di fare opposizione, i democratici si sono ritrovati con tanto tempo libero), o una qualsiasi ricorrenza legata alla Resistenza, per fare questo discorso, ma avrebbe dimostrato sicuramente grande viltà e ancora maggiore incoerenza. Scegliendo il palco di “Atreju”, oltre a far imbestialire diversi nostalgici, e rendere perplessa gran parte della platea che aveva di fronte, Fini ha voluto dare un segnale forte a tutto il partito e ai militanti, nonché “istituzionalizzare” e formalizzare una svolta iniziata a Fiuggi. Ora, ho condiviso fino a oggi quasi tutte le scelte e gli atti del leader di An, politico che fra l’altro stimo e ammiro, a cominciare dalla svolta del 95, proprio a Fiuggi (certo una svolta strumentale, dato che faceva da lasciapassare per le poltrone del governo Berlusconi, ma tant’è), passando per la presa di distanza dalle leggi razziali, e arrivando alle visite ad Auschwitz e a Gerusalemme. Già al fascismo come “male assoluto” ho storto il naso, dato che non considero quell’esperienza completamente negativa (cosa che fra l’altro penso anche del Comunismo), ma, francamente, da queste ultime parole di Fini dissento quasi totalmente, e per due ordini di motivi. La prima è di natura formale: non credo che il termine “antifascista” basti a definire la natura di un democratico. Io, che appunto mi definisco democratico, non sono solo antifascista. Sono anticomunista, antinazista, antiislamico ( in quanto l’Islam è una religione che professa la teocrazia come sistema politico, e la teocrazia è all’opposto della democrazia), antimonarchico, ecc…Come si può vedere, i sistemi politici che hanno soffocato e annientato la democrazia, o che comunque l’hanno impedita e avversata, sono molti. Non c’è stato solo il fascismo, per cui non penso che “antifascista” sia un titolo che basti per ottenere la patente di democraticità. Preferisco questa definizione: è democratico chiunque sia avverso ai sistemi politici e sociali che impediscono alla democrazia di compiersi. Semplice ed ovvio. Il secondo ordine di motivi, e più importante, per cui non sono d’accordo con questa uscita di Fini, è invece di natura politica, ed è connessa con le reazioni di giubilo e vittoria che la stessa uscita ha causato nella multiforme e brulicante sinistra italiana, ed è che l’“antifascismo” è stato, è, e verrà usato dalla sinistra come arma politica e come scudo difensivo, molte volte ingiustamente, nei confronti non solo della parte avversa, ovvero la destra, ma anche di chiunque il cui modo di pensare non combacia con il pensiero corrente e politicamente accettato, (e il linciaggio di un giornalista serio e coerente come Pansa sta là a dimostrarlo) che in Italia si colloca a sinistra. L’antifascismo, che nei suoi primi anni di vita (ovvero durante il fascismo stesso, e non quando il regime era morente, circostanza che combaciò con l’improvvisa conversione dell’Italia intera da fascista ad antifascista, il classico salire sul carro del vincitore…) era sicuramente un valore positivo, in quanto baluardo politico contro la dittatura di Mussolini, ha incominciato ad assumere, dal dopoguerra in poi, un valore e significato sempre più distante dall’originale, fino a sputtanarsi completamente nell’uso che ne ha fatto e continua a fare larga parte della sinistra oggi. A cominciare dagli omicidi politici commessi durante e subito dopo la Resistenza dai partigiani comunisti, giustificati, quando non venivano negati, nel nome dell’antifascismo, passando per il Partito Comunista, che lo ha usato per coprire, negli anni 40-50, i propri progetti o comunque desideri di sovietizzazione dell’Italia, per le Brigate Rosse, che in nome dell’antifascismo hanno messo a ferro e fuoco l’Italia per un decennio, per i ragazzi di destra ammazzati a sprangate e pistolettate dagli autonomi durante gli anni ‘70 nel nome del motto “uccidere un fascista non è reato” (non che i loro compari a destra facessero di meglio, anzi), fino al più recente massacro politico e civile di quel gruppo di storici, giornalisti, politici, che per un tentativo di storicizzazione e ricerca seria sulla guerra civile italiana e sul Pci si sono presi, nel migliore dei casi del “revisionista”, “carogna fascista”, e “traditore”, l’antifascismo è stato usato come clava dalla parte uscita vincente dalla guerra civile, ossia, appunto, la sinistra, giustificando con questa una volte nobile parola una serie di nefandezze e sbagli troppo lunga da essere dimenticata. No, oggi l’antifascismo non è più un valore, se non comune (dato che non lo è mai stato), almeno condiviso e rappresentativo di tutti gli italiani. Il fatto da evidenziare è che a decretarne la fine, la morte, la perdita di significato è stata proprio quella parte politica che, abusandone per difendersi in ogni occasione in cui si sentiva minacciata, ha finito per svuotarla di significato, per banalizzarla, per renderla antipatica perfino a chi, antifascista, lo era davvero (ad esempio Oriana Fallaci, una che la Resistenza se l’è fatta sul serio, ma che è stata accusata di essere una fascista solo perché le sue idee stridevano con quelle degli antifascisti di mestiere). L’antifascismo, oggi, è un rifugio bello comodo per tutti quelli che sfuggono alle discussioni serie e tematizzate, per mancanza di argomenti seri dalla propria parte, o, nella maggior parte dei casi, per viltà e scheletri nell’armadio. Infine, un’ultima osservazione: ma perché le abiure, gli attestati di fedeltà alla democrazia e alla Costituzione, gli errori da riconoscere e da farsi perdonare valgono solo per la Destra e per il fascismo? Ma scusate, l’abominevole esperienza del comunismo non merita forse un po’ di attenzione mediatica? Ci sono partiti ancora legati fortemente a quell’ideologia, portandone lo stemma tutt'ora nei propri simboli elettorali. Perché a loro, e agli eredi di quel Pci schiavo del Cremlino, ossia i Ds, nessuno chiede di riconoscere errori e massacri, di prendere le distanze da scelte e da un’ideologia che la Storia ha condannato come perdenti e sbagliate? Chi ha dato questa patente di superiorità morale e politica alla sinistra, nel nome della quale esercita il diritto di giudicare e condannare gli altri, senza guardare mai in casa propria? Ci vorrebbe forse più coerenza e reciprocità. No, caro Fini, non posso definirmi antifascista, e credo che molti la pensino come me . September 18 Spengere la notteIn Italia, fra i tanti principi sbagliati che vigono quasi da sempre, ce n’è uno che proprio non riesco a sopportare. Si tratta del principio, implicito ma comunemente accettato, indicibile ma socialmente sdoganato, secondo cui i carnefici, gli assassini, i criminali, hanno sempre diritto a una nuova verginità civile e sociale. Non c’è crimine tanto orrendo da non poter permettere a un povero Caino, dopo aver scontato la sua pena (ma anche senza passare un solo giorno in carcere), di ritornare nell’agone culturale, sociale e civile italiano, con un ruolo e un credito nuovi di zecca. Questo vale soprattutto per i Caini politici, per quell’esercito di terroristi, brigatisti, trucida-poliziotti che hanno accoppato tanta gente in nome di un ideale politico o sociale: sembra che i morti causati da questi individui nelle loro deliranti stagioni di violenza valgano meno degli altri morti, siano più facilmente “giustificabili” e quindi “dimenticabili” degli altri, cosicché per un ex terrorista, ex brigatista (non ex assassino, perché assassini si rimane per tutta la vita), è molto facile rinnovarsi e ritrovarsi magari seduto in parlamento, o firma di una prestigiosa testata. Accanto a questo orripilante principio implicito della democrazia italiana, ne vige un altro, altrettanto se non peggiore: quello secondo il quale i parenti delle vittime di quelle stagioni di violenza politica che hanno insanguinato l’Italia, debbano rimanere in religioso silenzio, restare in un letargo civile, senza parlare, protestare o arrabbiarsi per le frequenti esternazioni e brillanti carriere dei loro carnefici, poiché questo turberebbe e ostacolerebbe “il-superare-quei-terribili-anni-e-il-formarsi-di-una-nuova-stagione-politica”. Si cerca di zittirli, magari ricompensadoli con qualche medaglietta al valor civile destinato al caro estinto (estinto da altri), o dedicandogli un giorno all’anno per i loro piagnistei e lamentele. Bene, in un clima come questo, in cui un assassino come Adriano Sofri puo’ liberamente, senza alcun ritegno o rispetto verso il dolore altrui, mettersi a sermoneggiare e filosofizzare sull’omicidio Calabresi (omicidio di cui è mandante e responsabile politico, e per il quale è ancora in regime di detenzione, nonostante larga parte del mondo politico e culturale si danni l’anima per rimetterlo in libertà), non certo per chiedere scusa alla famiglia, ma anzi per proclamare ancora una volta la propria innocenza e arrivare a proclamare che quell’atto non fu terrorismo, ecco, in un clima come questo, assume un cristallino valore positivo l’alta risonanza mediatica, nonchè il forte riscontro editoriale che hanno avuto due libri molto particolari, scritti da familiari di vittime del terrorismo anni ’70. Mi riferisco a “Spingendo la notte più in là” di Mario Calabresi, e “La notte brucia ancora” di Giampaolo Mattei. Per chi non li conoscesse, il primo è il figlio del già citato commissario Calabresi, ucciso da un commando di Lotta Continua nel ‘76, dopo un vergognoso processo mediatico durato anni, mentre l’altro è il fratello dei due giovani Mattei (all’epoca avevano 22 e 8 anni) morti nel rogo di Primavalle, nell’incendio della loro casa, appiccato da una spedizione di Potere Operaio, un'altra simpatica sigla dell’altrettanta simpatica galassia della sinistra extraparlamentare italiana, con l’unica colpa di essere i figli del segretario di sezione dell’Msi Mario Mattei. In entrambi i libri le due vittime di quella stagione, vittime inconsapevoli dato che all’epoca erano bambini, parlano e ricordano gli omicidi dei propri familiari, il clima che li provocò e partorì, e le conseguenze, penali e politiche, che quegli atti terroristici hanno prodotto fino ad oggi. I titoli dei due testi non si somigliano per caso. La notte che Mario Calabresi vorrebbe spingere più in là si riferisce alla stagione di odio politico e sociale, la stagione dei “fascisti contro comunisti”, che si trascina ancora fino ad i nostri giorni, se è vero che sono in aumento gli episodi di violenza politica, da parte di entrambe le fazioni. Il figlio del commissario, con una dignità e un’apertura al perdono che sicuramente sono fuori dal normale, ha scritto un libro di riappacificazione civile e politica, narrando sì il fango che lui, la sua famiglia e tante altre famiglie di vittime del terrorismo hanno dovuto ingoiare, il fango delle accuse infamanti, dei processi mediatici, delle offese gratuite, della rimozione collettiva, ma anche il ritorno a una quasi normalità, le scelte che lo hanno portato a tornare ad una vita, bene o male, serena. E’ un tentativo, questo spingere la notte più in là, ambizioso, ma molto difficile: in Italia non esiste memoria collettiva, e nemmeno condivisa, ognuno vede gli eventi accaduti con gli occhiali della parte politica d’appartenenza, incapace di riconoscere i propri errori e gli altrui morti. E’ così che, ancora oggi, in larga parte dell’estrema sinistra, si considera Calabresi come un assassino, lo si ricorda come il “Commissario Finestra”, incapace di riconoscere l’abnorme barbarie che quella famiglia, quelle persone sono stati costretti a subire. Proprio per questo clima di odio carsico, che talvolta risgorga con forza, ma quasi sempre scorre sottoterra avvelenando il dibattito politico, è così difficile scrivere un libro sereno, tranquillo e obbiettivo come quello di Mario Calabresi. Ed infatti, dato che non tutti siamo uguali, che ognuno ha il proprio carattere e modo di vivere la vita, ecco un libro diverso, quello di Giampaolo Mattei. Per lui la tragedia è stata maggiore: ha perso due fratelli, e tutta la sua famiglia (compreso lui) è rimasta coinvolta in quell’attentato. Si aggiunga che il rogo di Primavalle è stato per tanto tempo un tabù italiano, che meno se ne parlava e meglio era, che ancora molti sono convinti che sia stata una vendetta tutta interna alla galassia neofascista (“Incendio a porte chiuse” era il titolo di un libro autoprodotto da Potere Operaio), che gli esecutori di quella tragedia, sia materiali che ideologici, sono tutti fuori, liberi, a rifarsi una vita, e che perfino il mondo della destra italiana ha nascosto sotto il tappeto questa storia per tanto tempo, ecco che si capisce come questo possa essere un libro arrabbiato e ruvido. Quel titolo, “La notte brucia ancora”, sembra quasi una risposta alla pacatezza e alla speranza di “Spingendo la notte più in là”, e non si riferisce solo alla ferita ancora aperta e bruciante che Mattei si porta dentro; si riferisce anche alla notte dell’Italia, di un Paese ancora penosamente diviso tra rossi e neri, quando i motivi e le circostanze che hanno portato a quella contrapposizione, se ci sono stati mai, sono venuti meno, sepolti sotto crolli di muri e di partiti. Un Paese che litiga ancora, e si dilania, sulla bontà o cattiveria di Fascismo e Comunismo (e naturalmente la bontà è sempre dalla propria parte), e impedisce un serio e costruttivo dialogo su quegli anni, con le strambe conseguenze da un lato di garantire il chiacchiericcio editoriale e mediatico dei Caini, e dall’altro di chiudere la bocca, o tentare di farlo, agli Abeli. Ecco perché è così importante parlare di questi due libri, ma soprattutto leggerli, e sperare che ne arrivino altri, a testimonianza di quello che è stato, per evitare che quello che è stato torni ad essere. Per come la vedo io, siamo ancora lontani da questo obbiettivo: la notte, in Italia, brucia ancora. June 30 Libero..."LIBERO"
Mi domando perché quando vivi aspettando
un giorno passa lentamente come fosse un anno Mi domando perché non sono nato nel 50 Avrei saputo cosa fare io negli anni 70 Mi domando se sei mia oppure fai finta E se alla fine dei fatti essere onesti conta Mi domando se la storia è stata scritta dagli eroi O da qualcuno che pensava solamente ai cazzi suoi Mi domando perché mi fa schifo la mia faccia A volte si e a volte no Perché a volte voglio avere solo quello che non ho Mi domando soltanto perché Gesù Cristo è morto in croce per me Voglio sentirmi libero da questa onda Libero dalla convinzione che la terra è tonda Libero libero davvero non per fare il duro Libero libero dalla paura del futuro Libero perché ognuno è libero di andare Libero da una storia che è finita male E da uomo libero ricominciare Perché la libertà è sacra come il pane E’ sacra come il pane Mi domando perché pensare troppo mi turba E se una volta almeno mio padre ha fumato l’erba Mi domando se avrò un figlio E se mio figlio mi odierà Perché purtroppo si odia Chi troppo amore ci da Mi domando se la mia è una vita felice E so rispondere solo che mi piace Voglio sentirmi libero da questa onda Libero dalla convinzione che la terra è tonda Libero libero davvero non per fare il duro Libero libero dalla paura del futuro Libero perché ognuno è libero di andare Libero da una storia che è finita male E da uomo libero ricominciare Perché la libertà è sacra come il pane E’ sacra come il pane Libero perché ognuno è libero di andare Libero da una storia che è finita male E da uomo libero ricominciare Perché la libertà è sacra come il pane E’ sacra come il pane FABRIZIO MORO June 07 Pagelle M&GE’ ufficialmente finito il terzo anno di Media e Giornalismo, e mi sembra venuto il momento di dare i miei personali voti ai corsi che abbiamo seguito, con interesse ma più spesso con disinteresse, in questi tre anni. Il modello seguito è lo “Ziliani” (gli amanti di Controcampo sanno di che parlo…)
Storia contemporanea- 7,5 Corso affidato al buon Marco Sagrestani, sosia ufficiale di Vasco Rossi, nonché possessore di centinaia di migliaia di cappellini da baseball di varai foggia e natura, fa ben sperare tutti gli studenti del primo anno, ancora ignari dei meandri di idiozia e incompetenza in cui verranno gettati di lì a poco. L’insegnamento è gestito bene, il buon Marco sa rendere la storia contemporanea, già interessante di suo, piacevole e scorrevole, se si esclude il fatto che il semi calvo docente va in fissa per Giolitti. Sagrestani è aiutato dal suo bravo assistente nerd, Massimo, detto anche “Er Pantalone Ascellare” per via del dubbio gusto che contraddistingue il suo modo di vestire. Se si esclude l’esame-farsa, che ha però caratterizzato non pochi esami di Media e Giornalismo, possiamo dire che è stato un buon insegnamento.
SPERANZA
Istituzioni di diritto pubblico- 7+ Il voto susciterà sicuramente indignazione tra le innumerevoli anime in pena che si trascinano questo esame dal primo anno senza riuscire a passarlo. Se Dio perdona, Duccio Maria Traina non ci pensa minimamente, e falcia decine di vite ad ogni appello, manco fosse il Triste Mietitore. Nonostante ciò, e soprattutto per il fatto di averlo sfangato alla prima, lo reputo un buon corso, molto interessante, e soprattutto uno dei pochi che c’entra qualcosa con la triste mansione del giornalista. Il professor “Cacca di Piccione”, com’è stato simpaticamente chiamato da un nostro amico quando ancora era giovane, è molto preparato, nonché elegantissimo, e anche il libro di testo non è male. Da ricordare, poi, aneddoti spassosi sul buon Duccio, come l’umiliazione rifilata ad uno studente che aveva protestato il proprio voto, liquidato causticamente dal principe del foro con un “8 a 1 e a casa”.
GLACIALE
Comunicazione politica- 9 Solo due parole: Marco Tarchi. Esempio di riuscita fusione tra professionalità e irresistibile ironia, il paffuto docente, già in forza all’Msi e ai Verdi, non delude le aspettative dei tanti solleticati dal nome dell’insegnamento, sfoggiando tre mesi di corso memorabili. Si riflette, si pensa, ma soprattutto si ride, col buon Marco che se la prende con qualsiasi essere umano sguazzi in quel maleodorante stagno chiamato politica italiana. “Tarkinetor” ne ha per tutti, da Rutelli (accusato di clintonizzazione) a sempreverde Silvio (lo ha fatto morbido). Il tutto condito con ottimi libri e spiegazioni esaustive, che ci hanno fatto ben comprendere l’importanza della comunicazione in politica. Da ricordare l’accusa, rivolta a Ratatulli, di guardare troppa Tv.. Consigli per gli acquisti.
SHOWMAN
Storia del teatro- 4,5 Dopo qualche corso che faceva ben sperare, si comincia a ridere (ma siamo ancora lontani dalle vette di ilarità raggiunte con le decine di sociologie), e si ride di gusto. A cominciare dai docenti, due simpatiche zitellone, una delle quali ha il non gradevole hobby di gridare al microfono esternazioni come “il tretratroooo…”. Cosa c’entrino satiri dai lungi falli e tragedie greche con Media e Giornalismo, rimane mistero della fede. Oltre alle già citate docenti sgrammaticate, da ricordare uno degli esami più comici a cui abbia mai partecipato, quello si una vera farsa teatrale: trecento persone stipate come bestiame, uno accanto all’altro, nella mitica 0.12, e due, e dico due sole docenti a controllare il tutto. Risultato? Gruppi di studio che si formavano in un clima di collaborazione e stima reciproca, con frenetiche consultazioni e risposte che passavano da un’ala all’altra senza che le due addette al controllo dicessero “Bau”.
MANICOMIO
Storia del Giornalismo- 6+ Strappa la sufficienza il vegliardo ottuagenario Cosimo Beccuti, detto “Er Cobra” per il vizietto di succhiarsi la dentiera emettendo un piacevole fischio mentre parla, nonché amico di Spadolini, con cui condivideva serate al celebre locale anni ’20 “Bellezza in bicicletta”. Un corso che poteva risultare interessante (ah, qualcuno mi spieghi perché questo non è un corso obbligatorio, mentre lo sono “Sociologia del menga” e “Filosofia del belin”), se solo fosse stato gestito meglio. L’aspetto più memorabile dell’insegnamento rimane comunque la modalità d’esame, che consisteva nel rispondere a una domanda a risposta secca, manco fossimo all’Eredità di Carlo Conti. Per farvi capire la difficoltà, la mia fu “Mussolini ha mai diretto un giornale?”. Usai la telefonata a casa , e presi 30.
OPACO
Scienza della politica- 7,5 Finalmente un corso di politica, mi dissi quando iniziò. Si è rivelato un gran bel corso, nonostante il vizio del Baccetti, tipico dei docenti di sinistra, di imporre il proprio credo politico agli studenti. Il buon Carlo, già dell’Empoli, se ne va a scegliere come libro di testo un bel pamphlet polemico con le “Nuove destre” europee, le quali secondo l’autore sono costituite da una manica di barbari razzisti e xenofobi, che si esprimono a grugniti. Rispedendo le accuse alla mittenza del “Comunismo & Cachemire”, la mia opinione sull’insegnamento rimane comunque buona. Da ricordare le frequenti discese del docente microfono-munito in mezzo al pubblico, manco fossimo ad un revival evangelico, e l’aula abbandonata a metà lezione per le frequenti partite di calcetto di Media e Giornalismo.
MISTICO
Sociologia dei processi culturali- 3+ Merita qualche riga in più degli altri questo gioiello di pedagogia, questo modello di educazione chiamato dagli amici (pochi) Soc. Proc. Cult. Con un’orario di lezione da deficienza militante (08-10, di mattina of course), non si inizia bene, ma il peggio, come al solito, deve ancora venire. A presentare il corso, davanti ad una classe di studenti intontita dal sonno, e che perderà col tempo decine e decine di suoi componenti, niente popò di meno che Lui, l’Unto dal Signore. Giovannino Bechelloni, il più prolifico autore di post-fazioni d’Europa (ben seicento all’attivo) si presenta in aula, guarisce storpi e ciechi, e comincia a raccontare la buona novella, coaudiviato da un terzetto niente male: Silvia Pezzoli, Marco “Secco” Bracci, ma soprattutto lui, il piccolo e tenero Riccardo “Hans uomo talpa” Giumelli, che si industriano a dare risposte (mai chieste) a domande (mai poste) come “Come comportarsi in questa società del rischio?” o “Come fare ad adottare uno sguardo cosmopolita?”. Appreso che “comunicare è maledettamente difficile”, e che dobbiamo “agire una svolta comunicativa”, loro devono ancora apprendere come organizzare una sessione d’esami decente, cioè non alla “Papaveri e Paper”, e come scrivere libri nuovi, e non riciclare i vecchi per guadagnarci qualcosa in più.
DISASTRO
Geografia Economico-Politica- 6 Una parola per descriverlo: palloso. Nonostante questo importante punto di partenza, non me la sento di gettare la croce addosso ad un docente che avrà si e no l’età di mia figlia. Marco Tortora fa il proprio dovere, è bravo, sa di sapere e non lo nasconde. Purtroppo non mi piace troppo la materia, e quindi non lo seguo assiduamente, ma è tra i pochi che si salvano. Dettaglio hot: beccato al Salamanca in dolce compagnia. Vai Marchino, sei tutti noi!
SUPERBIA
Storia delle dottrine politiche- 8,5 Un ottimo voto per il corso tenuto dal professor Claudino De Boni, vero dandy tombeur de femme, che non esce di casa senza la classica pipa, il Capitale di Marx sottobraccio, e quel modo di vestire alternativo alla Charlese Baudelaire che piace tanto alle studentesse. Il docente ha stile e autorevolezza, e tratta gli argomenti, già interessanti di per sé, con buonissima proprietà di linguaggio. Amatissimo da chi l’ha frequentatato, è un corso che merita sicuramente di diventare obbligatorio. Da ricordare l’applauso a fine corso, e lo studente modello, ovvero Picchia Picchiarello, che ogni cinque minuti interrompeva con le sue domande in calabrese precedute dal suo caratteristico “Mi scusi professssooooooooreee”.
FASCINO
Sociologia della comunicazione pubblica- 6,5 No, state tranquilli, non si tratta dell’ennesima cattedra affidata a Bechelloni e soci. La materia è affidata a Laura Solito, già moglie di Carlo Sorrentino, principe ereditario di Media e Giornalismo (il re è sempre Lui…). Solito, che alla preparazione accademica unisce un fascino innegabile, ci presenta un corso che ha l’obbiettivo, non centrato, di rendere simpatico quel mostro di burocrazia e spreco di soldi chiamato Pubblica Amministrazione. La realtà è purtroppo ben diversa da quella descritta nei libri di Solito & Co. (fra cui come non ricordare il buon Paolo Mancini, che sembra non faccia altro nella vita che scrivere dannati manuali di sociologia e comunicazione): ancora oggi per ottenere una qualsiasi licenza devi spendere giorni e soldi, e gli enti pubblici rimangono splendidi esempi di disinteresse civico e incompetenza. Da ricordare l’URP, Ufficio Relazioni con il Pubblico, figura tuttora mitologica e mai avvistata dal sottoscritto.
DELUSIONE
Lingua spagnola- 7,5 Che dire: gran parte del voto è dovuto alla splendida professoressa, o profesora come ama essere chiamata, Ana Di Lodovico, venezuelana mozzafiato che ha fatto innamorare perdutamente di sé gran parte dei maschietti di Media e Giornalismo (e anche per questo è odiata da gran parte delle femminucce del suddetto corso). Ah, quante fantasie condivise sulla bella docente! La ragazza è preparata, si presenta grintosa e aggressiva, e tiene in mano un bel corso di grammatica e cultura spagnola. Buona idea anche quella di inserire nella modalità di esame le famose presentazioni dei gruppi in Power Point, cosa che ha reso le lezioni sicuramente più interessanti. Momento clou del corso la prima volta che abbiamo sentito pronunciare dalla Profesora la parola “esdrujula”: molti sospirarono, alcuni le rivolesero frasi bollenti, Tatulli svenne per l’emozione.
CALIENTE
Teorie e tecniche della comunicazione di massa- 7+ Sicuramente il corso con il nome più lungo d’Europa (ben seicento sillabe), il mastodontico insegnamento da nove crediti è affidato in gestione a Carlo Sorrentino, già fratello del regista de “Il Divo” e del portiere dell’Albacete. Il simpatico docente partenopeo porta all’interno del grigio D4 l’allegria tipica della sua terra: ampio spazio al Napoli Calcio (all’epoca in serie B), alla pizza Regina e alla tarantella, manca solo che Carlo si presenti vestito da Pulcinella. Il corso è sicuramente interessante, la comunicazione non è trattata solo come qualcosa di “maledettamente difficile”, ma analizzata nei suoi processi e tecniche. Una gran mole di libri (ben una tonnellata) rende la preparazione per l’esame una delle più difficili, ma anche gratificanti, degli interi tre anni. Da ricordare gli aneddoti familiari raccontati da Sorrentino a lezione (come quelli sui figlio boy scout e calciatore mancato, o quelli sulla moglie Laura, in stile “Casa Vinello”).
SINFONIA
Politica comparata- 8- Fratello di Scienza della politica, il corso di Politica comparata è sicuramente uno tra i più interessanti dei tre anni. Il docente, Mario Caciagli, un paffuto ometto che sembra uscito da “Berlinguer ti voglio bene”, è anche un grande simpaticone. Le sue lezioni sono un mix di battutacce e nozioni sui regionalismi europei. Il buon Mario sembra prediligere, com’è naturale per un uomo, le giovani ragazze carine, che corteggia a lezione con allusioni e provocazioni di varia natura. Grandissimo amico di Carlo Baccetti, con cui condivide, oltre alla fede politica, anche l’amore per la selvaggina (sono stati visti insieme in battute di caccia alla lepre in quel di Empoli), il rubicondo e colorito docente è sicuramente tra i più apprezzati del corso. Celebre il suo grezzo modo di esprimersi, con vocaboli come “Iscozia” e “Isvezia”, fuori moda dal ’62.
RUSPANTE
Cultura e società- 4 Più che un corso, una gabbia di matti. Gli studenti, già traumatizzati da sociologia e filosofia del linguaggio, rimangono sbalorditi. Davanti a loro, Alberto Marradi, un incrocio tra Saruman e Franco Battiato, che con i soldi dei lauti stipendi universitari si è fatto la casa a Ischia. Il corso si basa ( non sto scherzando) su delle storie assolutamente inventate di sana pianta dal buon Marradi, che probabilmente passa le notti, invece che a dormire, a inventarsi racconti inverosimili. Storie dai nomi assurdi e comici, come “Jamaica”, o “Vigile”, o ancora “Gravità” fino al lampo di genio “Carta”, che parlano di situazioni strampalate, come quelle di una mamma che litiga con un vigile perché sostiene il diritto di suo figlio di pisciare in un’aiuola (non sto scherzando 2). Insomma, pare di stare all’ ”Arena” di Massimo Giletti. Le varie storie sono state poi proposte, via telefono, a degli sfortunati concittadini, che dovevano giudicarle sulla base di alcune dimensioni sociali, anch’esse inventate dall’abbronzato docente, da nomi come Res/Dip (responsabilità/dipendenza) o Pas/Att (passività/attività). Insomma, è un vero casino da spiegare, ma se ci si vuole fare una bella risata conviene seguirne qualche ora, o leggere il libro di testo, “Raccontare storie”, una summa di queste interviste, alcune delle quali assolutamente esilaranti.. Marradi è poi coaduviato da due assistenti, più pazze di lui, le “Tatu de noialtri”, una delle quali sicuramente schizofrenica. Ma è l’esame la ciliegina sulla torta: gli studenti vengono fatti accomodare, dopo ore di attesa, in un’aula con la portentosa coppia, e gli vengono fatti sentire dei nastri registrati, di pessima qualità, così che sembra di essere all’interno del film “White Noise”. A quel punto lo studente deve dare la sua versione dei fatti, indovinare la dimensione (sembra un film di fantascienza), e, se è abbastanza fortunato o pazzo da azzeccare la risposta, viene inviato nello stanzino di ricevimento, dove ad attenderlo c’è niente popò di meno che il Marradi in persona. Prima di confermare il voto dato in precedenza dalla coppia di assistenti, il docente sottopone lo studente a quizzoni e domande a trabocchetto di cultura generale, tipo “Qualè il fiume più lungo del mondo”, o “Chi ha inventato l’acqua”. Se si riesce ad assecondarlo, e si resiste al forte desiderio di fuggire via, la ricompensa è, finalmente, un voto dal 27 in su (solo Tonini è riuscito a far di peggio). Che dire: il vero esame è riuscire a non ridere.
GENIO
Sociologia della comunicazione- 3,5
Gli studenti arrivano già mentalmente preparati al secondo atto della saga. Adesso sappiamo cosa ci aspetta, dopo la precedente e terrificante esperienza di un anno prima. Ciò non toglie che al peggio non ci sia mai fine. Accanto al già citato Giumelli e Bechelloni (perennemente assente, manco fosse un parlamentare italiano, per viaggi che lo portano in giro per il mondo a diffondere il verbo, da Palo Alto a Vladivostock), ecco spuntare una nuova stella della sociologia, Felicita Gabellieri. Il corso ripresenta esattamente, o quasi, gli stessi argomenti del corso precendete, ma con nuovi eccezionali libri di testo. Da ricordare il “vaffanculo” rivolto da Bechelloni ad uno studente del corso che aveva osato muovere un appunto alla sostanziale uguaglianza dei due insegnamenti. Insomma, si continua a ridere, ma non si impara nulla.
VENDETTA
Studi strategici- 9 Un vero e proprio mattatore il generale colonnello Luciano “Bombatomica” Bozzo. L’esperto stratega, già protagonista di diversi conflitti tra cui lo Yom Kippur e le due Guerre del Golfo, conflitti in cui si è distinto in audacia e crudeltà, nonché cinque campione europeo di Risiko, scacchi, soldatini, Guardia e ladri, ecc, ammaestra un corso spettacolare e interessantissimo. Un corso non proprio da pacifisti e soci di Emergency, per intenderci: qua si parla di bombe a grappolo, mine antiuomo, piani strategici e conquiste militari. Bozzo gestisce il corso con bravura e irresistibile simpatia, arricchendo l’insegnamento con battute al vetriolo e appunti sull’attualità politica. Da ricordare lo sterminio dell’ultima fila, rea di fare confusione, compiuto dal docente con uso di gas nervino e cluster-bomb, e l’invasione dell’aula accanto, il cui suolo è ricco di petrolio, con l’accusa di fabbricare armi di distruzione di massa (dove l’ho già sentita?).
FAMELICO
Filosofia del linguaggio- 3,5 Sicuramente una tra le materie più pallose e inutili del globo terracqueo, filosofia del linguaggio, come tutte le filosofie, si presenta come un’immensa e immotivata masturbazione psichica (conosciuta anche come sega mentale) sui significati e usi del linguaggio. Sembra che sia nata come tentativo di filosofeggiare, cosa già alquanto inutile, su problemi inesistenti e assolutamente fuori dal mondo, come la distinzione tra significato e significante o la nozione di nome. Roba da far accapponare la pelle a chiunque, ma non a Wittgenstein e soci, che ci hanno lasciato come preziosa eredità tomi e tomi delle loro dannate riflessioni sull’uso dei vocaboli. E non è tutto: quando la filosofia si unisce all’alcolismo da alla luce a Desideri, il reggente di questo insegnamento. Il docente si presenta alla brulicante aula (ma si svuoterà presto) sciatto nel vestire, con la barba di tre giorni e un alito all’essenza di vodka e ilang ilang. Tratto caratteristico di Desideri il parlare strascicando vocaboli incomprensibili e tenendo gli occhi chiusi.. Immediatamente inquadrato dai bulletti del corso, le sue lezioni verranno presto interrotte e disturbate da miagolii, urla, singolari espressioni lessicali, senza che il barbuto insegnante dia segno di accorgersene, se non sollevando le palpebre di tanto in tanto. Un uomo un mito. Da ricordare la storica ultima sessione di esami scritta, alle quali ho avuto l’onore e la fortuna di partecipare, in cui decine di studenti, stipati in un’aula da venti posti, si sono cimentati nella non difficile opera di scopiazzamento da bigliettini e appunti vari, senza che il sonnolento docente se ne accorgesse. Geniale la trovata di Caldana, mitologico membro di Media e Giornalismo, che per distrarre il docente durante le due ore del compito, comprò appositamente per l’occasione, e con i propri risparmi, una copia del Corriere della Sera, nella cui lettura Desideri si perse senza prestare attenzione all’ignobile masterizzazione culturale che stava avvenendo nell’aula. Un atto di eroismo, quello di Caldana, che non è stato dimenticato: a lui il presidente Napolitano conferirà la croce d’oro al valor civile.
ASTRUSO
Comunicazione nel sistema politico-istituzionale- 7,5 Questo originale mix di diritto pubblico, comunicazione politica e teorie della comunicazione sembra fatto apposta per essere dato in gestione a Claudino De Cesare, piccolo e satiresco docente, già segretario della Camera dei Deputati negli anni 90. Nulla da dire sulla materia, molto interessante anche se propone, quasi totalmente, nozioni e temi già affrontati in corsi precendenti. Qualcosa da dire su De Cesare invece c’è: il preparatissimo principe del foro ha lo strano disturbo, non degno sicuramente del re del Galateo, di digerire i propri pasti durante le lezioni, emettendo piccoli sbuffi d’aria pestilenziale che gli hanno fatto guadagnare il non simpatico appellativo di “Geyser”. Sicuramente collegata alla patologia ivi descritta, altra peculiarità del soggetto è quella di cambiare totalmente tono e timbro vocale da un secondo all’altro, manco fossimo ad uno spettacolo di ventriloquia. Dalla voce normale, simile a quella di un Topo Gigio del Salento si passa ad un vocione impostato alla Elvis Presley: fenomeno inspiegabile.
TRASFORMISTA
Letterature Anglo-americane- 8
Corso non da tutti amato, quello di “Carlitos” Moschini, soprattutto non amato dai comunisti bolscevichi che affollano Media e Giornalismo, ancora arrabbiati con l’America perché ha vinto la Guerra Fredda contro l’Urss. Personalmente, a me è piaciuto. La tematica è interessante e nuova, c’è una linearità e una coerenza in tutto il corso, e le lezioni sono utili a comprendere appieno un libro di testo già chiaro e interessante di suo. E’ un po’ più chiaro sicuramente il motivo che spinge gli Usa ad invadere mezzo mondo un giorno sì e l’altro pure, cioè l’idea di essere depositari di una missione affidatagli da Dio in persona (anzi in persone, dato che sono tre). C’è da discuterne, e Moschini lo fa sicuramente con preparazione e bravura
PATRIOTA
Informatica- 6
Strappa la sufficienza Alessandro Trojani, noto hacker cecinese, che nel 68 si rese famoso nel mondo per aver violato, insieme al suo compagno di stanza al college “A. Pigafetta” di Rosignano Solvay, Giulio Tonini, il sistema di sicurezza della Microsoft. Condannato a dieci anni per frode informatica, ne è uscito pulito e soprattutto docente all’Università di Firenze. Sicuramente non amante del buon gusto nel vestirsi (ancora provocano tremiti e sudore freddo certi accostamenti di camicie cachi con pantaloni bordeaux e cravatte blu a pois), il paffuto docente non è nemmeno un mostro della comicità: ancora si ricordano certe battute come “la Rom potremmo anche chiamarla Gipsy memory” o “il virus Trojan l’ho inventato io”, che causarono fughe bibliche dall’aula. Trojani è anche l’autore dell’unico libro di testo, un malloppone difficile da digerire sul magico mondo dei Pc e dei sistemi di rete. Alla fine della fiera il corso non è malaccio, anche se non si conoscono ancora le ragioni delle odiate esercitazioni partorite dalla cyber-mente del docente, tra le quali come non ricordare quella di Excel, causa di notti insonni in compagnia di Corrado Gambacciani, lasciato dal sottoscritto alle due di notte nel delirio più totale a parlare con uno schermo. L’esame alla fine si è rivelato facile, e c’è chi ancora deve pagare una cena per un trenta e lode non previsto. Alla fine del corso, il brav’uomo se n’è volato in America per una bella vacanza studio con studentesse accomodanti
STRAMBO
Filosofia dell’educazione 6,5
Dopo aver totalmente rinunciato a capire le ragioni per cui corsi assolutamente fuori luogo fanno parte di Media e Giornalismo, gli studenti sono entrati in una sorta di rassegnazione filosofica che porta alla conclusione di non farsi troppe domande, e di prendere ciò che il buon Dio manda su questa terra. Eccovi quindi questa nuova versione di filosofia, affidata a un pezzo grosso della pedagogia mondiale, Franco Cambi, chiamato Adolf per la somiglianza sconcertante con il celebre filantropo tedesco. Un vero e proprio pozzo di scienza, l’efebico docente parla sei lingue, conosce nozioni di qualsiasi argomento e inserisce citazioni ed espressioni in idiomi sconosciuti nei suoi forbiti e colti discorsi. Da ricordare il tono della voce similare a quello di Ignazio La Russa, Il corso, nonostante non c’entri nulla con ciò che dovremmo sapere, è interessante, ben spiegato e propone nozioni e temi abbastanza nuovi. Dopo un primo modulo basato sul libro di testo scritto dallo stesso docente (libro che ci ha fatto ben comprendere come al peggio non ci sia mai fine, ricco di periodi interminabili e parole assurde e incomprensibili), il secondo è incentrato sul concetto di cura di sé, concetto alquanto ondivago e generico. Trai libri di testo, come non ricordare la celebre opera di Michel Focault, un saggio a luci rosse sulla bellezza di scopare, ma anche sui pericoli che tale attività può nascondere. Il testo propone interessanti consigli sull’attività sessuale, come quali alimenti scegliere di mangiare prima di una notte di passione, o in che periodo scegliere di procreare per evitare di avere figli sbilenchi. Insomma, alla fine il corso si salva in corner
SACCENZA
Estetica- 4
Vedi filosofia del linguaggio. Un altro corso nelle tremolanti mani di Fabrizio Desideri, vecchia conoscenza di Media e Giornalismo. L’insegnamento si differenzia dal non rimpianto Filosofia del linguaggio solo per la presenza della vivace assistente del buon Fabrizio, un bel donnino dal sorriso non proprio smagliante e che ama vestirsi con indumenti, appartenenti a trisavole, trovati in soffitta, e che amava scrivere poesie per fortuna mai pubblicate. Un corso da me seguito per circa due lezioni, prima che la mia coscienza e professionalità mi spingessero a non mettere mai più piede in quell’aula.
NAFTALINA
Inglese- 4
Insieme all’Aids e alla guerra nucleare, è uno tra i fenomeni più temibili del nostro pianeta. L’Onu lo ha incluso tra le organizzazioni terroristiche. Bush gli ha dichiarato guerra, e l’ha persa. Intere schiere di individui, che variano dai 21 ai 65 anni, tentano ad ogni appello di superare questo mastodontico esame, che più che un esame è un’autentica condanna a morte. A volte qualcuno ce la fa, magari per una Sua disattenzione, ma lo sforzo profuso per compiere l’impresa si rivela quasi sempre fatale, e il poveretto muore dopo pochi minuti. Nella maggior parte dei casi, l’esame si conclude al momento di mettersi a sedere: da quel primo e fatidico “Good morning teacher”, Lei capisce chi ha di fronte, e spesso è una persona non meritevole di vivere. Lei è naturalmente G.S.M. (il nome per intero non si pronuncia mai, è bestemmia, è maledizione, è sventura su te e la tua casata…), temibilissima vegliarda, dagli infiniti e malefici poteri, simpatica come l’11 settembre, gradevole come la sabbia nel letto. Dai tempi dei tempi questa oscura presenza, compagna di scuola di Sauron ed Enzo Mirigliani, perseguita generazioni di italiani che si rifiutano di parlare l’odioso idioma d’Oltremanica. Viene citata nell’Antico Testamento e nel Corano con i nomi di Avversario, Belzebù e Oscura Nemesi. Testimonianze giunte fino a noi dal Medioevo parlano di vani tentativi di ucciderla. Leggenda vuole che chi la guardi negli occhi diventi di sale, Medusa gli fa una sega. Non si alimenta con cibo normale, Ella si nutre del terrore dei suoi studenti. Si sposta a bordo di un velocipede anni ’20. Si frequenta con Ares, Dio greco della guerra. Età? Imprecisata. Le voci più credibili parlano di almeno 2000 anni portati benissimo. Di pensione manco a parlarne. Ho avuto la sventura di vederla da vicino: ricorda terribilmente la vecchietta di “Tutti pazzi per Mary”. Stessa abbronzatura, stesso cerone, stessi capelli, stesse rughe. Finta da capo a piedi. Il corso è una sciagura. Come se non bastasse il non sapere l’inglese, esso è basato sugli articoli dedicati a quel mattacchione e ladro di cavalli di un Garibaldi. Penso che nella speciale classifica delle cose di cui me ne fotte meno, esso si posizioni al secondo posto, preceduto solo da Amici di Maria de Filippi. Ottocentonovanta pagine fitte di articoli scritti in inglese arcaico che parlano del buon Giuseppe, vecchia fiamma, fra l’altro, della docente. Che dire: non penso che lo passerò mai. Ma ecco: per quel giorno fatidico, in cui finalmente comparirà il tanto atteso voto sul libretto, voglio che i miei figli e nipoti siano lì, intorno a me. Non chiedo altro, poi potrò lasciare questo mondo.
ECATOMBE
Prova di lingua spagnola- N.P.
June 02 Ciao nonna"Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro. Quanti confidano in lui comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell'amore, perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti". Libro della Sapienza 3:1- 3:9
May 08 Sull'antisemitismoSembra che l'antisemitismo sia un cancro difficile da estirpare. Quando si pensava che fosse debellato, sconfitto, dimenticato, ecco che si ripresenta, mutato nel colore, nella forma, nelle modalità di espressione, ma che rimane ciò che è in sostanza: odio. Se in passato questo cancro ha afflitto la destra (e parzialmente la affligge tuttora), dobbiamo registrare che, dal dopoguerra in poi, sta diventando peculiarità della sinistra. Che in certi casi lo tollera, in certi casi lo incoraggia, magari spacciandolo per altro, ed in certi casi se ne fa portabandiera, alfiere, e lo eleva a principio cardine del proprio pensare. Trovo che l'antisemitismo di sinistra, odierno, travestito da antisionismo o da "legittima-critica-al-governo-israeliano" sia molto pericoloso. Molto pericoloso, perché viene da una parte politica che si fregia da sempre di essere la protettrice per eccellenza del popolo ebraico (e sicuramente, in certi casi lo è stata). E che, per questo, non viene percepita, dall’opinione pubblica, come antisemita. Penso, tuttavia, che ci sia un’ipocrisia di fondo: che si voglia distinguere tra ebrei di ieri ed ebrei di oggi. Che si voglia difendere, proteggere, garantire solo gli ebrei di ieri, quelli ammazzati a milioni nei campi di sterminio dal nazifascismo, che si voglia preservare la loro memoria, il loro culto, e non dimenticarne la tragedia. Sacrosanto e doveroso, se non fosse che non ci si ricorda mai di proteggere, difendere e garantire gli ebrei di oggi. Gli israeliani. Che per loro non valga quel diritto all’esistenza che non è valso nemmeno negli anni quaranta in Europa, e la cui mancanza ha portato alla tragedia della Shoah. Che nella guerra (perché di guerra si tratta) tra israeliani e palestinesi, la sinistra, in particolare quella estrema, si ricordi di difendere e giustificare solo i secondi. Che i kamikaze palestinesi che si fanno esplodere a decine tra i civili israeliani, che i razzi che vengono lanciati sulle case israeliane, siano tutti atti giustificati e giustificabili, in nome del diritto dei palestinesi a lottare contro il nemico. Ma, soprattutto, che nell’odio, perché di questo si tratta, verso Israele, si coinvolga anche ebrei che non c’entrano nulla, quelli che vivono nelle città europee. Dopo l’ennesimo atto di ostilità verso il popolo ebraico, cioè il boicottaggio della Fiera del Libro di Torino e i cortei dei “pacifisti” di sinistra con le solite bandiere bruciate, mi è venuta voglia di rispolverare un articolo del 2003 di Oriana Fallaci. Trovo che valga molto di più di qualsiasi analisi che potremmo fare oggi, e per questo lo pubblico qui:Sull'antisemitismo
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