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September 29 Il ReliquiarioLa televisione italiana versa sicuramente in condizioni pietose: tra la totale assenza di proposte nuove e interessanti, e un livello infimo che sembra essere diventato il paradigma televisivo, il palinsesto italico non presenta sicuramente un’ampia possibilità di scelta. C’è però una rete in particolare che racchiude in sé il peggio del peggio, una rete che, non a caso, tranne sporadici e rarissimi casi, evito come la peste: Rai Uno. Proprio la rete ammiraglia della televisione pubblica presenta in sé il peggio della società italiana, ossia il guardare sempre all’indietro, al tempo passato, al “come eravamo”, senza mai rischiare qualcosa di nuovo, azzardare, imboccare e percorrere una strada ancora non battuta, non sondata. Questa caratteristica, che più che caratteristica sarebbe meglio definire difetto, appesta la società italiana in tutti i suoi aspetti, politico, culturale e sociale: nel lavoro come in Parlamento, sono pochi i giovani al posto di comando, costantemente soffocati dalla tendenza al conservazionismo ammuffito e retrogrado. Ecco, penso che Rai 1 sia l’esatto specchio della società italiana. Per fare un esempio, per questa nuova stagione ecco un sunto di quello che Rai 1 “offrirà” ai propri ottuagenari telespettatori (o radioascoltatori, che fa ancora più “vecchiume”): Carràmba che sorpresa! E’ tornata, alla veneranda età di 75 anni, la mitica, insostituibile Raffaella Carrà! Che mancanza si sentiva del suo ombelico desnudo e rumbeggiante, dei suoi vestiti di strasse e perline, e soprattutto di quelle splendide, vivaci, sensazionali sorpresone (sicuramente non preparate e convenzionate prima con le “vittime” e i famosi “ganci”…), che ci facevano sussultare sui divani di casa al grido di “Carràmba che sorpresa!”. E chi se lo aspettava che quel faccia di pirla seduto in terza fila a godersi le tremolanti carni del caschetto d’oro, impietosamente lasciate in prima serata quando ancora i poveri bambini non sono sotto le coperte (che incubi, poveri bambini!), aveva un cugino in Paraguay, in Argentina, o il Diavolo sa dove, che non vedeva da 30 anni??!! E che emozioni, quando Raffaella, dopo aver terminato il Tuca Tuca di turno insieme ai suoi “Boys” (ma oggi sarebbe più giusto chiamarli “Granfathers”), si avvicinava, quatta quatta, al faccia da pirla, lo portava sul palco e lo faceva ricongiungere carnalmente al tanto amato cugino, al grido di “E’ quiiiiiii!!!”. Bene, se come me sentivate la mancanza di queste emozioni, rallegratevi, perché l’immortale Raffaella ci terrà compagnia con il suo varietà per tutto l’inverno, in uno show arricchito dalla altrettanto mitica Lotteria Italia, evento che riesce a dare quel tocco retrò in più a qualsiasi programma la veda affibbiata. Ma sembra che le sdentate e tremolanti platee di Raiuno non fossero soddisfatte di tale vecchiume spiattellato in prima serata, e così, ecco la burrosa, bionda e completamente scema Antonella Clerici presentarsi, fiera delle già esilaranti prove del cuoco e treni dei desideri vari, con un nuovo roboante, fiammeggiante, rischioso…”Tutti pazzi per la televisione!”. Un talk-show, la Clerici più qualche vecchia gloria televisiva dissotterrata per l’occasione (mentre facevo zapping ho intravisto Pamela Anderson…ma che diavolo ci faceva?) intorno a un tavolo a ciarlare di anzianità mediatiche, e tanti, tantissimi filmati (wow!) della televisione d’epoca, dei tempi della mamma Rai educatrice alla Bernabei. Insomma, un Frankestein catodico, creatura immonda assemblata con pezzi di programmi già morti, il tutto condito dalla sempre esilarante conduzione dell’Antonella Nazionale, e da simpaticissimi sketch, come l’entrata di Mal dei Primitivs a bordo di Furia, il cavallo del west, con canzoncina annessa, che per poco non scagazzava per lo studio disarcionando Mal medesimo, tra l’euforia del pubblico. Se a queste due perle ci aggiungete programmi come “I migliori anni” (e già il funereo nome non dovrebbe far presagire nulla di giovane e vitale), condotto da Carlo Conti, varietà incentrato sulla Celebrazione dei tempi passati, con foto e filmati di repertorio, e le immancabili canzonette da regime; “Miss Italia”, programma morto e sepolto almeno quanto il suo fondatore Enzo Mirigliani, sagra delle vacche dalla lunghezza interminabile e assolutamente svuotato di significato, cancellato da “Veline”; il Festival di Sanremo, palcoscenico per cantanti in disuso o semi-falliti, maratona senza fine affidata da sempre al re della televisione vecchia e stantia, Pippo Baudo, che con la sua conduzione renderebbe noiosa anche “Miss maglietta bagnata”; “Porta a porta”, talk-show naftalinico di cui ho ampiamente parlato; tutta quella interminabile serie di contenitori mattutini, da “Occhio alla spesa”, con tanto di corrispondenti webcam muniti nei vari mercati della verdura italiani, alla ricerca del prezzo più basso, al cucuzziano “Uno mattina”, e così via; eccovi servito 24 ore al giorno il reliquiario della televisione, il museo delle mummie della società italiana. Tutto ciò che è vecchio, obsoleto, superato e visto viene riproposto nella sua nauseante monotonia, senza innovazioni o cambiamenti, per non spaventare quel pubblico di over 60 che si culla nei ricordi della propria infanzia e giovinezza. Una televisione che non si preoccupa minimamente di offrire contenuti per i più giovani, o perlomeno di proporre qualcosa di nuovo, magari importato da altri paesi, ma che comunque comporti una spolverata di schemi e idee. Rai Uno si consola con i dati Auditel, che vedono i suoi parkinsoniani programmi premiati da ascolti di milioni di telespettatori. Io dico che, in un Paese come l’Italia, con l’età media più alta del mondo, con milioni di abitanti sopra i 60 anni, a crescita, demografica e non solo, zero, tutto questo è normale, è comprensibile. La persona anziana guarda sempre all’indietro, alla bellezza dei tempi che furono, in nome del sempreverde “Si stava meglio quando si stava peggio”, e di conseguenza premia chi propone un programma che si addica a tale visione della vita. Penso anche però che un servizio pubblico, per cui, voglio ricordarlo, siamo obbligati a pagare una tassa ogni anno (ma questo non comporta certo l’assenza di pubblicità…), abbia il compito di essere un servizio per tutti, e non solo per quella nicchia demografica che ti permette di vendere spazi pubblicitari all’interno dei tuoi programmi. Ci si lamenta tanto della televisione di Berlusconi, la si chiama diseducativa, deficiente e via dicendo; in questo momento Rai Uno è semplicemente ridicola. A quando qualche bel film muto in prima serata, o qualche discorsetto del Duce? September 28 Monologo"Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite. Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto. E in un modo che non puoi immaginare adesso. Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava. Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio. Fa' una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta! Non essere crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo. Lavati i denti. Non perdere tempo con l'invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro. La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso. Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente, dimmi come si fa... Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti-conto. Rilassati! Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno. Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno. Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant'anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio. Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse, come quelle di chiunque altro. Goditi il tuo corpo, usalo in tutti i modi che puoi, senza paura e senza temere quel che pensa la gente. E' il più grande strumento che potrai mai avere. Balla! Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno. Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai. Non leggere le riviste di bellezza: ti faranno solo sentire orrendo. Cerca di conoscere i tuoi genitori, non puoi sapere quando se ne andranno per sempre. Tratta bene i tuoi fratelli, sono il miglior legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro. Renditi conto che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, i più preziosi, rimarranno. Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane. Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca. Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca. Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant'anni, sembreranno di un ottantacinquenne. Sii cauto nell'accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga. Ma accetta il consiglio... per questa volta." Dal film "Big Kahuna" September 23 Antifascista? Non basta...“Chi è democratico è a pieno titolo antifascista, e la destra deve riconoscersi nei valori dell’antifascismo”. E’ questo il succo del discorso, per la verità molto più lungo e articolato, che il leader maximo di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, ha pronunciato davanti alla platea di ragazzi riuniti a Roma alla festa di Azione Giovani, organismo giovanile di An. Sicuramente Fini ha dimostrato grande coraggio, umano e politico (alcuni la chiamerebbero incoerenza, per uno che fino a quindici anni fa considerava Mussolini “un grande statista”…), nel pronunciare queste parole davanti allo zoccolo duro del suo partito, quei ragazzi che, proprio in quanto ragazzi, sono portati a estremizzare le proprie visioni e a difendere le proprie posizioni. Poteva scegliere una qualsiasi festa del Pd (e non ne mancano di certo in giro per l’Italia, dato che, nell’incapacità totale di fare opposizione, i democratici si sono ritrovati con tanto tempo libero), o una qualsiasi ricorrenza legata alla Resistenza, per fare questo discorso, ma avrebbe dimostrato sicuramente grande viltà e ancora maggiore incoerenza. Scegliendo il palco di “Atreju”, oltre a far imbestialire diversi nostalgici, e rendere perplessa gran parte della platea che aveva di fronte, Fini ha voluto dare un segnale forte a tutto il partito e ai militanti, nonché “istituzionalizzare” e formalizzare una svolta iniziata a Fiuggi. Ora, ho condiviso fino a oggi quasi tutte le scelte e gli atti del leader di An, politico che fra l’altro stimo e ammiro, a cominciare dalla svolta del 95, proprio a Fiuggi (certo una svolta strumentale, dato che faceva da lasciapassare per le poltrone del governo Berlusconi, ma tant’è), passando per la presa di distanza dalle leggi razziali, e arrivando alle visite ad Auschwitz e a Gerusalemme. Già al fascismo come “male assoluto” ho storto il naso, dato che non considero quell’esperienza completamente negativa (cosa che fra l’altro penso anche del Comunismo), ma, francamente, da queste ultime parole di Fini dissento quasi totalmente, e per due ordini di motivi. La prima è di natura formale: non credo che il termine “antifascista” basti a definire la natura di un democratico. Io, che appunto mi definisco democratico, non sono solo antifascista. Sono anticomunista, antinazista, antiislamico ( in quanto l’Islam è una religione che professa la teocrazia come sistema politico, e la teocrazia è all’opposto della democrazia), antimonarchico, ecc…Come si può vedere, i sistemi politici che hanno soffocato e annientato la democrazia, o che comunque l’hanno impedita e avversata, sono molti. Non c’è stato solo il fascismo, per cui non penso che “antifascista” sia un titolo che basti per ottenere la patente di democraticità. Preferisco questa definizione: è democratico chiunque sia avverso ai sistemi politici e sociali che impediscono alla democrazia di compiersi. Semplice ed ovvio. Il secondo ordine di motivi, e più importante, per cui non sono d’accordo con questa uscita di Fini, è invece di natura politica, ed è connessa con le reazioni di giubilo e vittoria che la stessa uscita ha causato nella multiforme e brulicante sinistra italiana, ed è che l’“antifascismo” è stato, è, e verrà usato dalla sinistra come arma politica e come scudo difensivo, molte volte ingiustamente, nei confronti non solo della parte avversa, ovvero la destra, ma anche di chiunque il cui modo di pensare non combacia con il pensiero corrente e politicamente accettato, (e il linciaggio di un giornalista serio e coerente come Pansa sta là a dimostrarlo) che in Italia si colloca a sinistra. L’antifascismo, che nei suoi primi anni di vita (ovvero durante il fascismo stesso, e non quando il regime era morente, circostanza che combaciò con l’improvvisa conversione dell’Italia intera da fascista ad antifascista, il classico salire sul carro del vincitore…) era sicuramente un valore positivo, in quanto baluardo politico contro la dittatura di Mussolini, ha incominciato ad assumere, dal dopoguerra in poi, un valore e significato sempre più distante dall’originale, fino a sputtanarsi completamente nell’uso che ne ha fatto e continua a fare larga parte della sinistra oggi. A cominciare dagli omicidi politici commessi durante e subito dopo la Resistenza dai partigiani comunisti, giustificati, quando non venivano negati, nel nome dell’antifascismo, passando per il Partito Comunista, che lo ha usato per coprire, negli anni 40-50, i propri progetti o comunque desideri di sovietizzazione dell’Italia, per le Brigate Rosse, che in nome dell’antifascismo hanno messo a ferro e fuoco l’Italia per un decennio, per i ragazzi di destra ammazzati a sprangate e pistolettate dagli autonomi durante gli anni ‘70 nel nome del motto “uccidere un fascista non è reato” (non che i loro compari a destra facessero di meglio, anzi), fino al più recente massacro politico e civile di quel gruppo di storici, giornalisti, politici, che per un tentativo di storicizzazione e ricerca seria sulla guerra civile italiana e sul Pci si sono presi, nel migliore dei casi del “revisionista”, “carogna fascista”, e “traditore”, l’antifascismo è stato usato come clava dalla parte uscita vincente dalla guerra civile, ossia, appunto, la sinistra, giustificando con questa una volte nobile parola una serie di nefandezze e sbagli troppo lunga da essere dimenticata. No, oggi l’antifascismo non è più un valore, se non comune (dato che non lo è mai stato), almeno condiviso e rappresentativo di tutti gli italiani. Il fatto da evidenziare è che a decretarne la fine, la morte, la perdita di significato è stata proprio quella parte politica che, abusandone per difendersi in ogni occasione in cui si sentiva minacciata, ha finito per svuotarla di significato, per banalizzarla, per renderla antipatica perfino a chi, antifascista, lo era davvero (ad esempio Oriana Fallaci, una che la Resistenza se l’è fatta sul serio, ma che è stata accusata di essere una fascista solo perché le sue idee stridevano con quelle degli antifascisti di mestiere). L’antifascismo, oggi, è un rifugio bello comodo per tutti quelli che sfuggono alle discussioni serie e tematizzate, per mancanza di argomenti seri dalla propria parte, o, nella maggior parte dei casi, per viltà e scheletri nell’armadio. Infine, un’ultima osservazione: ma perché le abiure, gli attestati di fedeltà alla democrazia e alla Costituzione, gli errori da riconoscere e da farsi perdonare valgono solo per la Destra e per il fascismo? Ma scusate, l’abominevole esperienza del comunismo non merita forse un po’ di attenzione mediatica? Ci sono partiti ancora legati fortemente a quell’ideologia, portandone lo stemma tutt'ora nei propri simboli elettorali. Perché a loro, e agli eredi di quel Pci schiavo del Cremlino, ossia i Ds, nessuno chiede di riconoscere errori e massacri, di prendere le distanze da scelte e da un’ideologia che la Storia ha condannato come perdenti e sbagliate? Chi ha dato questa patente di superiorità morale e politica alla sinistra, nel nome della quale esercita il diritto di giudicare e condannare gli altri, senza guardare mai in casa propria? Ci vorrebbe forse più coerenza e reciprocità. No, caro Fini, non posso definirmi antifascista, e credo che molti la pensino come me . September 18 Spengere la notteIn Italia, fra i tanti principi sbagliati che vigono quasi da sempre, ce n’è uno che proprio non riesco a sopportare. Si tratta del principio, implicito ma comunemente accettato, indicibile ma socialmente sdoganato, secondo cui i carnefici, gli assassini, i criminali, hanno sempre diritto a una nuova verginità civile e sociale. Non c’è crimine tanto orrendo da non poter permettere a un povero Caino, dopo aver scontato la sua pena (ma anche senza passare un solo giorno in carcere), di ritornare nell’agone culturale, sociale e civile italiano, con un ruolo e un credito nuovi di zecca. Questo vale soprattutto per i Caini politici, per quell’esercito di terroristi, brigatisti, trucida-poliziotti che hanno accoppato tanta gente in nome di un ideale politico o sociale: sembra che i morti causati da questi individui nelle loro deliranti stagioni di violenza valgano meno degli altri morti, siano più facilmente “giustificabili” e quindi “dimenticabili” degli altri, cosicché per un ex terrorista, ex brigatista (non ex assassino, perché assassini si rimane per tutta la vita), è molto facile rinnovarsi e ritrovarsi magari seduto in parlamento, o firma di una prestigiosa testata. Accanto a questo orripilante principio implicito della democrazia italiana, ne vige un altro, altrettanto se non peggiore: quello secondo il quale i parenti delle vittime di quelle stagioni di violenza politica che hanno insanguinato l’Italia, debbano rimanere in religioso silenzio, restare in un letargo civile, senza parlare, protestare o arrabbiarsi per le frequenti esternazioni e brillanti carriere dei loro carnefici, poiché questo turberebbe e ostacolerebbe “il-superare-quei-terribili-anni-e-il-formarsi-di-una-nuova-stagione-politica”. Si cerca di zittirli, magari ricompensadoli con qualche medaglietta al valor civile destinato al caro estinto (estinto da altri), o dedicandogli un giorno all’anno per i loro piagnistei e lamentele. Bene, in un clima come questo, in cui un assassino come Adriano Sofri puo’ liberamente, senza alcun ritegno o rispetto verso il dolore altrui, mettersi a sermoneggiare e filosofizzare sull’omicidio Calabresi (omicidio di cui è mandante e responsabile politico, e per il quale è ancora in regime di detenzione, nonostante larga parte del mondo politico e culturale si danni l’anima per rimetterlo in libertà), non certo per chiedere scusa alla famiglia, ma anzi per proclamare ancora una volta la propria innocenza e arrivare a proclamare che quell’atto non fu terrorismo, ecco, in un clima come questo, assume un cristallino valore positivo l’alta risonanza mediatica, nonchè il forte riscontro editoriale che hanno avuto due libri molto particolari, scritti da familiari di vittime del terrorismo anni ’70. Mi riferisco a “Spingendo la notte più in là” di Mario Calabresi, e “La notte brucia ancora” di Giampaolo Mattei. Per chi non li conoscesse, il primo è il figlio del già citato commissario Calabresi, ucciso da un commando di Lotta Continua nel ‘76, dopo un vergognoso processo mediatico durato anni, mentre l’altro è il fratello dei due giovani Mattei (all’epoca avevano 22 e 8 anni) morti nel rogo di Primavalle, nell’incendio della loro casa, appiccato da una spedizione di Potere Operaio, un'altra simpatica sigla dell’altrettanta simpatica galassia della sinistra extraparlamentare italiana, con l’unica colpa di essere i figli del segretario di sezione dell’Msi Mario Mattei. In entrambi i libri le due vittime di quella stagione, vittime inconsapevoli dato che all’epoca erano bambini, parlano e ricordano gli omicidi dei propri familiari, il clima che li provocò e partorì, e le conseguenze, penali e politiche, che quegli atti terroristici hanno prodotto fino ad oggi. I titoli dei due testi non si somigliano per caso. La notte che Mario Calabresi vorrebbe spingere più in là si riferisce alla stagione di odio politico e sociale, la stagione dei “fascisti contro comunisti”, che si trascina ancora fino ad i nostri giorni, se è vero che sono in aumento gli episodi di violenza politica, da parte di entrambe le fazioni. Il figlio del commissario, con una dignità e un’apertura al perdono che sicuramente sono fuori dal normale, ha scritto un libro di riappacificazione civile e politica, narrando sì il fango che lui, la sua famiglia e tante altre famiglie di vittime del terrorismo hanno dovuto ingoiare, il fango delle accuse infamanti, dei processi mediatici, delle offese gratuite, della rimozione collettiva, ma anche il ritorno a una quasi normalità, le scelte che lo hanno portato a tornare ad una vita, bene o male, serena. E’ un tentativo, questo spingere la notte più in là, ambizioso, ma molto difficile: in Italia non esiste memoria collettiva, e nemmeno condivisa, ognuno vede gli eventi accaduti con gli occhiali della parte politica d’appartenenza, incapace di riconoscere i propri errori e gli altrui morti. E’ così che, ancora oggi, in larga parte dell’estrema sinistra, si considera Calabresi come un assassino, lo si ricorda come il “Commissario Finestra”, incapace di riconoscere l’abnorme barbarie che quella famiglia, quelle persone sono stati costretti a subire. Proprio per questo clima di odio carsico, che talvolta risgorga con forza, ma quasi sempre scorre sottoterra avvelenando il dibattito politico, è così difficile scrivere un libro sereno, tranquillo e obbiettivo come quello di Mario Calabresi. Ed infatti, dato che non tutti siamo uguali, che ognuno ha il proprio carattere e modo di vivere la vita, ecco un libro diverso, quello di Giampaolo Mattei. Per lui la tragedia è stata maggiore: ha perso due fratelli, e tutta la sua famiglia (compreso lui) è rimasta coinvolta in quell’attentato. Si aggiunga che il rogo di Primavalle è stato per tanto tempo un tabù italiano, che meno se ne parlava e meglio era, che ancora molti sono convinti che sia stata una vendetta tutta interna alla galassia neofascista (“Incendio a porte chiuse” era il titolo di un libro autoprodotto da Potere Operaio), che gli esecutori di quella tragedia, sia materiali che ideologici, sono tutti fuori, liberi, a rifarsi una vita, e che perfino il mondo della destra italiana ha nascosto sotto il tappeto questa storia per tanto tempo, ecco che si capisce come questo possa essere un libro arrabbiato e ruvido. Quel titolo, “La notte brucia ancora”, sembra quasi una risposta alla pacatezza e alla speranza di “Spingendo la notte più in là”, e non si riferisce solo alla ferita ancora aperta e bruciante che Mattei si porta dentro; si riferisce anche alla notte dell’Italia, di un Paese ancora penosamente diviso tra rossi e neri, quando i motivi e le circostanze che hanno portato a quella contrapposizione, se ci sono stati mai, sono venuti meno, sepolti sotto crolli di muri e di partiti. Un Paese che litiga ancora, e si dilania, sulla bontà o cattiveria di Fascismo e Comunismo (e naturalmente la bontà è sempre dalla propria parte), e impedisce un serio e costruttivo dialogo su quegli anni, con le strambe conseguenze da un lato di garantire il chiacchiericcio editoriale e mediatico dei Caini, e dall’altro di chiudere la bocca, o tentare di farlo, agli Abeli. Ecco perché è così importante parlare di questi due libri, ma soprattutto leggerli, e sperare che ne arrivino altri, a testimonianza di quello che è stato, per evitare che quello che è stato torni ad essere. Per come la vedo io, siamo ancora lontani da questo obbiettivo: la notte, in Italia, brucia ancora. |
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