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    February 10

    Gli avvoltoi

    Solitamente gli avvoltoi, come le iene e come gli altri animali che si nutrono di carogne, aspettano che l’animale del cui corpo ambiscono a nutrirsi sia morto definitivamente. Ci sono, però, casi in cui gli avvoltoi calano con grandi giri e ampie virate sulla predestinata vittima ancora prima che sia morta, senza aspettarne il decesso, forse per la troppa fame. L’indegno sciacallaggio che si è fatto del corpo di Eluana Englaro in questi ultimi anni, ma in particolar modo in questi ultimi giorni, è sicuramente uno di quei rari casi di cui parlavo. L’Italia è un paese spesso incivile e becero nelle manifestazioni della sua sfera pubblica, ma penso che con il “caso Eluana” (dato che oramai era diventata solo un caso, e non una Persona con la P maiuscola) si sia, se non toccato il fondo, sicuramente andati vicini a farlo. Una situazione delicata e drammatica come questa meritava solo il massimo rispetto, che trova la sua massima espressione, io credo, in un meditato silenzio, accompagnato semmai da private manifestazioni di affetto. Davanti al dolore di una famiglia distrutta da diciassette anni di convivenza con la semi-morte di una figlia, davanti all’incredibile amore di un padre e di una madre che per quei diciassette anni hanno vegliato il corpo avvizzito di quella figlia, di fronte al profondo coraggio, personale prima che civile e politico, di quel padre nell’intraprendere una battaglia pubblica per terminare l’accanimento medico su quel corpo, l’unica cosa da fare era, se non si riusciva ad essere d’accordo, almeno provare a capire, a comprendere le ragioni opposte, e farlo in silenzio. Niente da fare. L’Italietta delle liti continue, delle strumentalizzazioni perenni, che non si trova d’accordo nemmeno su questioni serie come la Vita e la Morte, non ce l’ha fatta. Troppo ghiotta, questa occasione, per lasciarsela scappare. Troppo invitante il caso per non imbastirci sopra l’ennesimo, penoso, falso, scontro ideologico, l’ancor più penosa e falsa battaglia politica. Proprio la politica, quell’indegna merda odierna che disonora il nostro Paese con la sua ridicolaggine, si è fatta alfiere e caposala del necrofilo banchetto: da una parte, ecco che avanza il Partito della Vita, improvvisamente accortosi, direi con tempismo mediatico, del “caso-Eluana”, paladino della libertà e dell’esistenza umana, che si scagliava contro il carnefice Beppino e gli altri fautori della dolce morte. Individui che si definiscono cattolici, che si vantano di essere cristiani, e che dimenticano la maggiore delle virtù proprie del Cristianesimo, la pietà, insieme, naturalmente al rispetto, e che si permettono di sussussare (perché per dirlo ad alta voce ci vuole troppo coraggio) che Beppino Englaro è un assassino, che Eluana l’hanno uccisa, magari avendo letto di lei solo il giorno prima su qualche giornale, o, più facilmente, su qualche televisione. Cattolici, cristiani, che mi fanno ribrezzo, non tanto per la loro opinione sul caso, quanto per il modo di esprimerla. Uno schieramento che vede, tra le sue prime fila, e me ne dispiace, cardinali, papi e vescovi, senza ritegno, nemmeno loro, nell’infangare l’immagine di una famiglia che, in quanto a cristianesimo, avrebbe da insegnare a molti, forse anche a loro. E dall’altra parte, ecco che sovviene il Partito del Laicismo, seppur in misura molto minore (e gliene rendo merito), anch’esso partecipe tuttavia di questo scempio, pronto ad usare Eluana come arma contro la morale cattolica, come attacco contro il Vaticano. Una politica che in tutti questi anni non ha mai pensato di redigere una legge sul testamento biologico, sulla giusta possibilità di scegliere il proprio destino nel nefasto caso di diventare un vegetale destinato a crescere senza crescere, perché in realtà, a questa politica, di Eluana Englaro, non ha mai fregato e non frega niente. Solo un argomento da dibattito, o magari un’arma di scontro politico, come ha brillantemente dimostrato quel maestro di cinismo, populismo e strumentalizzazioni chiamato Silvio Berlusconi. In mezzo a tutto questo, alle urla di cleri e giudici vari, alle scritte impietose “Beppino boia” vergate sui muri, alla carneficina mediatica di giornali e televisioni, rimane il dolore di una famiglia, protagonista di una battaglia che non esito a chiamare di civiltà, servita a sputtanare la dubbia moralità di un paese che dei suoi cittadini più sfortunati preferisce deciderne esso stesso la sorte, condannandoli spesso a una non-vita senza speranza, o magari ad un’eutanasia silenziosa, privata, e quindi ancora più dolorosa. Rimane la profonda umanità di un uomo, a cui sento oggi più che mai di volere un gran bene, che ha messo la faccia, e su quella faccia s’è preso sputi e schiaffi simbolici in nome del suo amore per sua figlia, in questa battaglia alla fine vinta. E rimane, soprattutto, Eluana, per cui tutti oggi, invece di continuare a scannarne il corpo, dovrebbero esprimere una preghiera o un saluto. Penso che questa morte sia stata, se non la fine più giusta, dato che non siamo noi a poterne misurare la giustizia, sicuramente la più ricca di pietà e carità. E questo basta. Ora, subito una legge sul testamento biologico, perché possiamo essere noi, e non le circostanze politiche del caso, a decidere delle nostre esistenze, e soprattutto perché quegli avvoltoi non girino più, famelici e senza ritegno, su altri e altre Eluana.
    February 06

    Tu chiamali, se vuoi...rifugiati politici

    Io proprio non capisco. Non capisco come mai, per quale ragione, Cesare Battisti, l’ex terrorista (anzi, lo è ancora, dato che non si è mai dissociato, nè ha mai chiesto scusa, né, soprattutto, ha pagato per i suoi crimini) che negli anni ’70 era a capo dei Nuclei Armati per il Comunismo, una delle tante sigle della sinistra extraparlamentare che in quel periodo giocavano a fare la rivoluzione sulla pelle e, soprattutto, col sangue degli altri, non voglia tornare in Italia. Non capisco perché continui a scappare, dall’Italia alla Francia, e poi dalla Francia al Brasile, in una snervante fuga che mette alla prova il suo sistema nervoso e fisico. Non capisco perché rifiuti e supplichi le autorità francesi prima, e brasiliane poi, di non essere soggetto al processo di estradizione richiesto dall’Italia, che vuole che Battisti paghi qua da noi il suo debito con la giustizia, un debito abbastanza elevato, dato che il nostro eroe s’è beccato in contumacia quattro ergastoli per altrettanti omicidi, alcuni eseguiti materialmente, altri in cui ha collaborato, nonché diversi anni per banda armata (insomma, abbastanza da buttare via la chiave della sua cella). E’ vero, in Francia, dove era scappato dopo essersi stancato di ammazzare la gente in nome di Marx e, soprattutto, impaurito dalla prospettiva di finire in galera per quel gioco che ha coinvolto tanti altri compagni, s’era rifatto una verginità civile e morale. Come se quei morti e quei feriti non fossero mai esistiti, il nostro, approfittando della dottrina Mitterand, dal nome del presidente francese che aveva la passione di ospitare i criminali italiani giustificandoli come rifugiati politici, s’era inventato scrittore di libri gialli, ottenendo anche un discreto successo nel circolo intellettualoide d’Oltralpe. Non metto in dubbio che magari come scrittore abbia dimostrato maggiori capacità e attitudini di quelle mostrate nel sovvertire l’ordine statale italiano negli anni ’70, opera in cui ha registrato un clamoroso fallimento, come d’altronde tutti gli altri terroristi suoi compari che magari oggi siedono in Parlamento, o sono diventati opinionisti in qualche programma televisivo. C’è però un però: che questo insigne giallista doveva ancora pagare per i suoi crimini. Tuttavia, approfittando dell’imbecillità francese che scambia gli assassinii con le idee politiche, era rimasto tranquillo e beato a Parigi, magari frequentandosi con gli altri compagni d’armi che hanno trovato in Francia rifugio politico. Morto finalmente Mitterand, e constatato che con Chirac alla presidenza le cose erano parzialmente cambiate, come l’estradizione verso l’Italia di diversi ex terroristi aveva dimostrato, Battisti ha pensato bene, dopo un breve periodo di detenzione in Francia, di scappare in Brasile. Una terra affascinante, sicuramente, piena di belle donne e con un clima decisamente migliore di quello francese. Eppure continuo a non capire. Perché Battisti preferisce rimanere chiuso in un carcere brasiliano, invece di tornare in Italia a scontare la sua pena? Se fossi in lui, domani comprerei un biglietto di sola andata per Milano, e sarei proprio felice. E spiego il perché: allora, torna in Italia e si fa qualche annetto di carcere…duro? Ma no, siamo in Italia, i detenuti qua hanno tutto, televisione, libri, un ottimo menu enogastronomico, possibilità di scrivere e di parlare liberamente. In ogni caso, tempo due o tre anni e sicuramente sorgerebbe dal niente un movimento di anime belle e brave, magari pieno di cattolici, che in nome del perdono ma soprattutto del “volemose-bene-e-buttiamoci-gli-anni-di-piombo-alle-spalle” ne chiederebbero la grazia, organizzerebbero manifestazioni e fiaccolate, insomma lo renderebbero soggetto a quella straordinaria metamorfosi kafkiana a cui abbiamo già assistito nel caso di Sofri, da assassino e militante antistato a martire della libertà e della giustizia, tutto senza che il suddetto maestro della non violenza, un Dalai Lama pisano mi verrebbe da definirlo, abbia mai chiesto perdono alla famiglia del commissario Calabresi ammazzato sotto suo mandato, o magari ammesso le proprie colpe, o comunque ritrattato la sua appartenenza a quella militanza che tanto sangue ha portato negli anni 70. Se uno come Sofri è oggi uno dei maestri del pensiero della nostra società, che scrive libri e rilascia interviste, non vedo perché al buon Cesare si debba negare questo, il diritto a rifarsi una vita dopo aver fatto la pelle a degli innocenti, colpevoli solo di essersi trovati nelle mire di quei figli di papà travestiti da feddayn. E allora, dopo esserci buttato tutto alle spalle (il dolore delle vittime, quello no, quello resta per sempre), Cesare Battisti, magari, invece di marcire in una cella come meriterebbe, potrebbe ottenere, che so, qualche sconto di pena, o la semilibertà, o perché no, anche la grazia…E una volta uscito, quante opportunità! Quante occasioni per rifarsi una vita, per diventare una star anche qua in Italia! Potrebbe magari cominciare a scrivere libri gialli in italiano, vendicando così il ratto francese della militante da sfilata, quella Carlà Brunì la cui dipartita verso Oltralpe tanto dolore ci ha dato…O potrebbe vivere di rendita, come fanno tanti suoi (ex) compagni, rilasciando interviste e scrivendo libri sugli anni di piombo, naturalmente sempre autogiustificandosi e autoassolvendosi, non essendo il senso di colpa una caratteristica predominante nella sinistra, terrorista e non. E, che so, se dimostrasse doti da comunicatore, abilità politiche, se bucasse lo schermo, magari potrebbe anche ambire a un posto in Parlamento…potrebbe prendere esempio dal vecchio compagno d’armi Sergio D’Elia, che una volta stufatosi di fare la lotta armata, dopo aver ammazzato diversi “servi del potere” e aver passato in carcere un terzo, se non meno, degli anni che ci doveva passare, è diventato uno di quei “servi del potere”, eletto a Montecitorio, e, per meriti guadagnati sul campo, eletto addirittura segretario d’aula, insomma l’antistato che si fa stato, paradossi che vediamo solo qua in Italia. Insomma, in un Paese come il nostro che premia chi fa il male e condanna a tacere chi da quel male è danneggiato, nel paese dei terroristi superstars, nel paese che si è consegnato da vent’anni nelle mani di un personaggio come Berlusconi, con alle spalle condanne e indagini per corruzione e legami con la mafia, ecco, in un paese come questo c’è posto anche per Battisti. Insomma, Cesare, ti aspettiamo. Torna da noi.