maurizio's profileL'onniscientePhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
L'onniscienteVi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa. February 10 Gli avvoltoiSolitamente gli avvoltoi, come le iene e come gli altri animali che si nutrono di carogne, aspettano che l’animale del cui corpo ambiscono a nutrirsi sia morto definitivamente. Ci sono, però, casi in cui gli avvoltoi calano con grandi giri e ampie virate sulla predestinata vittima ancora prima che sia morta, senza aspettarne il decesso, forse per la troppa fame. L’indegno sciacallaggio che si è fatto del corpo di Eluana Englaro in questi ultimi anni, ma in particolar modo in questi ultimi giorni, è sicuramente uno di quei rari casi di cui parlavo. L’Italia è un paese spesso incivile e becero nelle manifestazioni della sua sfera pubblica, ma penso che con il “caso Eluana” (dato che oramai era diventata solo un caso, e non una Persona con la P maiuscola) si sia, se non toccato il fondo, sicuramente andati vicini a farlo. Una situazione delicata e drammatica come questa meritava solo il massimo rispetto, che trova la sua massima espressione, io credo, in un meditato silenzio, accompagnato semmai da private manifestazioni di affetto. Davanti al dolore di una famiglia distrutta da diciassette anni di convivenza con la semi-morte di una figlia, davanti all’incredibile amore di un padre e di una madre che per quei diciassette anni hanno vegliato il corpo avvizzito di quella figlia, di fronte al profondo coraggio, personale prima che civile e politico, di quel padre nell’intraprendere una battaglia pubblica per terminare l’accanimento medico su quel corpo, l’unica cosa da fare era, se non si riusciva ad essere d’accordo, almeno provare a capire, a comprendere le ragioni opposte, e farlo in silenzio. Niente da fare. L’Italietta delle liti continue, delle strumentalizzazioni perenni, che non si trova d’accordo nemmeno su questioni serie come la Vita e la Morte, non ce l’ha fatta. Troppo ghiotta, questa occasione, per lasciarsela scappare. Troppo invitante il caso per non imbastirci sopra l’ennesimo, penoso, falso, scontro ideologico, l’ancor più penosa e falsa battaglia politica. Proprio la politica, quell’indegna merda odierna che disonora il nostro Paese con la sua ridicolaggine, si è fatta alfiere e caposala del necrofilo banchetto: da una parte, ecco che avanza il Partito della Vita, improvvisamente accortosi, direi con tempismo mediatico, del “caso-Eluana”, paladino della libertà e dell’esistenza umana, che si scagliava contro il carnefice Beppino e gli altri fautori della dolce morte. Individui che si definiscono cattolici, che si vantano di essere cristiani, e che dimenticano la maggiore delle virtù proprie del Cristianesimo, la pietà, insieme, naturalmente al rispetto, e che si permettono di sussussare (perché per dirlo ad alta voce ci vuole troppo coraggio) che Beppino Englaro è un assassino, che Eluana l’hanno uccisa, magari avendo letto di lei solo il giorno prima su qualche giornale, o, più facilmente, su qualche televisione. Cattolici, cristiani, che mi fanno ribrezzo, non tanto per la loro opinione sul caso, quanto per il modo di esprimerla. Uno schieramento che vede, tra le sue prime fila, e me ne dispiace, cardinali, papi e vescovi, senza ritegno, nemmeno loro, nell’infangare l’immagine di una famiglia che, in quanto a cristianesimo, avrebbe da insegnare a molti, forse anche a loro. E dall’altra parte, ecco che sovviene il Partito del Laicismo, seppur in misura molto minore (e gliene rendo merito), anch’esso partecipe tuttavia di questo scempio, pronto ad usare Eluana come arma contro la morale cattolica, come attacco contro il Vaticano. Una politica che in tutti questi anni non ha mai pensato di redigere una legge sul testamento biologico, sulla giusta possibilità di scegliere il proprio destino nel nefasto caso di diventare un vegetale destinato a crescere senza crescere, perché in realtà, a questa politica, di Eluana Englaro, non ha mai fregato e non frega niente. Solo un argomento da dibattito, o magari un’arma di scontro politico, come ha brillantemente dimostrato quel maestro di cinismo, populismo e strumentalizzazioni chiamato Silvio Berlusconi. In mezzo a tutto questo, alle urla di cleri e giudici vari, alle scritte impietose “Beppino boia” vergate sui muri, alla carneficina mediatica di giornali e televisioni, rimane il dolore di una famiglia, protagonista di una battaglia che non esito a chiamare di civiltà, servita a sputtanare la dubbia moralità di un paese che dei suoi cittadini più sfortunati preferisce deciderne esso stesso la sorte, condannandoli spesso a una non-vita senza speranza, o magari ad un’eutanasia silenziosa, privata, e quindi ancora più dolorosa. Rimane la profonda umanità di un uomo, a cui sento oggi più che mai di volere un gran bene, che ha messo la faccia, e su quella faccia s’è preso sputi e schiaffi simbolici in nome del suo amore per sua figlia, in questa battaglia alla fine vinta. E rimane, soprattutto, Eluana, per cui tutti oggi, invece di continuare a scannarne il corpo, dovrebbero esprimere una preghiera o un saluto. Penso che questa morte sia stata, se non la fine più giusta, dato che non siamo noi a poterne misurare la giustizia, sicuramente la più ricca di pietà e carità. E questo basta. Ora, subito una legge sul testamento biologico, perché possiamo essere noi, e non le circostanze politiche del caso, a decidere delle nostre esistenze, e soprattutto perché quegli avvoltoi non girino più, famelici e senza ritegno, su altri e altre Eluana. February 06 Tu chiamali, se vuoi...rifugiati politiciIo proprio non capisco. Non capisco come mai, per quale ragione, Cesare Battisti, l’ex terrorista (anzi, lo è ancora, dato che non si è mai dissociato, nè ha mai chiesto scusa, né, soprattutto, ha pagato per i suoi crimini) che negli anni ’70 era a capo dei Nuclei Armati per il Comunismo, una delle tante sigle della sinistra extraparlamentare che in quel periodo giocavano a fare la rivoluzione sulla pelle e, soprattutto, col sangue degli altri, non voglia tornare in Italia. Non capisco perché continui a scappare, dall’Italia alla Francia, e poi dalla Francia al Brasile, in una snervante fuga che mette alla prova il suo sistema nervoso e fisico. Non capisco perché rifiuti e supplichi le autorità francesi prima, e brasiliane poi, di non essere soggetto al processo di estradizione richiesto dall’Italia, che vuole che Battisti paghi qua da noi il suo debito con la giustizia, un debito abbastanza elevato, dato che il nostro eroe s’è beccato in contumacia quattro ergastoli per altrettanti omicidi, alcuni eseguiti materialmente, altri in cui ha collaborato, nonché diversi anni per banda armata (insomma, abbastanza da buttare via la chiave della sua cella). E’ vero, in Francia, dove era scappato dopo essersi stancato di ammazzare la gente in nome di Marx e, soprattutto, impaurito dalla prospettiva di finire in galera per quel gioco che ha coinvolto tanti altri compagni, s’era rifatto una verginità civile e morale. Come se quei morti e quei feriti non fossero mai esistiti, il nostro, approfittando della dottrina Mitterand, dal nome del presidente francese che aveva la passione di ospitare i criminali italiani giustificandoli come rifugiati politici, s’era inventato scrittore di libri gialli, ottenendo anche un discreto successo nel circolo intellettualoide d’Oltralpe. Non metto in dubbio che magari come scrittore abbia dimostrato maggiori capacità e attitudini di quelle mostrate nel sovvertire l’ordine statale italiano negli anni ’70, opera in cui ha registrato un clamoroso fallimento, come d’altronde tutti gli altri terroristi suoi compari che magari oggi siedono in Parlamento, o sono diventati opinionisti in qualche programma televisivo. C’è però un però: che questo insigne giallista doveva ancora pagare per i suoi crimini. Tuttavia, approfittando dell’imbecillità francese che scambia gli assassinii con le idee politiche, era rimasto tranquillo e beato a Parigi, magari frequentandosi con gli altri compagni d’armi che hanno trovato in Francia rifugio politico. Morto finalmente Mitterand, e constatato che con Chirac alla presidenza le cose erano parzialmente cambiate, come l’estradizione verso l’Italia di diversi ex terroristi aveva dimostrato, Battisti ha pensato bene, dopo un breve periodo di detenzione in Francia, di scappare in Brasile. Una terra affascinante, sicuramente, piena di belle donne e con un clima decisamente migliore di quello francese. Eppure continuo a non capire. Perché Battisti preferisce rimanere chiuso in un carcere brasiliano, invece di tornare in Italia a scontare la sua pena? Se fossi in lui, domani comprerei un biglietto di sola andata per Milano, e sarei proprio felice. E spiego il perché: allora, torna in Italia e si fa qualche annetto di carcere…duro? Ma no, siamo in Italia, i detenuti qua hanno tutto, televisione, libri, un ottimo menu enogastronomico, possibilità di scrivere e di parlare liberamente. In ogni caso, tempo due o tre anni e sicuramente sorgerebbe dal niente un movimento di anime belle e brave, magari pieno di cattolici, che in nome del perdono ma soprattutto del “volemose-bene-e-buttiamoci-gli-anni-di-piombo-alle-spalle” ne chiederebbero la grazia, organizzerebbero manifestazioni e fiaccolate, insomma lo renderebbero soggetto a quella straordinaria metamorfosi kafkiana a cui abbiamo già assistito nel caso di Sofri, da assassino e militante antistato a martire della libertà e della giustizia, tutto senza che il suddetto maestro della non violenza, un Dalai Lama pisano mi verrebbe da definirlo, abbia mai chiesto perdono alla famiglia del commissario Calabresi ammazzato sotto suo mandato, o magari ammesso le proprie colpe, o comunque ritrattato la sua appartenenza a quella militanza che tanto sangue ha portato negli anni 70. Se uno come Sofri è oggi uno dei maestri del pensiero della nostra società, che scrive libri e rilascia interviste, non vedo perché al buon Cesare si debba negare questo, il diritto a rifarsi una vita dopo aver fatto la pelle a degli innocenti, colpevoli solo di essersi trovati nelle mire di quei figli di papà travestiti da feddayn. E allora, dopo esserci buttato tutto alle spalle (il dolore delle vittime, quello no, quello resta per sempre), Cesare Battisti, magari, invece di marcire in una cella come meriterebbe, potrebbe ottenere, che so, qualche sconto di pena, o la semilibertà, o perché no, anche la grazia…E una volta uscito, quante opportunità! Quante occasioni per rifarsi una vita, per diventare una star anche qua in Italia! Potrebbe magari cominciare a scrivere libri gialli in italiano, vendicando così il ratto francese della militante da sfilata, quella Carlà Brunì la cui dipartita verso Oltralpe tanto dolore ci ha dato…O potrebbe vivere di rendita, come fanno tanti suoi (ex) compagni, rilasciando interviste e scrivendo libri sugli anni di piombo, naturalmente sempre autogiustificandosi e autoassolvendosi, non essendo il senso di colpa una caratteristica predominante nella sinistra, terrorista e non. E, che so, se dimostrasse doti da comunicatore, abilità politiche, se bucasse lo schermo, magari potrebbe anche ambire a un posto in Parlamento…potrebbe prendere esempio dal vecchio compagno d’armi Sergio D’Elia, che una volta stufatosi di fare la lotta armata, dopo aver ammazzato diversi “servi del potere” e aver passato in carcere un terzo, se non meno, degli anni che ci doveva passare, è diventato uno di quei “servi del potere”, eletto a Montecitorio, e, per meriti guadagnati sul campo, eletto addirittura segretario d’aula, insomma l’antistato che si fa stato, paradossi che vediamo solo qua in Italia. Insomma, in un Paese come il nostro che premia chi fa il male e condanna a tacere chi da quel male è danneggiato, nel paese dei terroristi superstars, nel paese che si è consegnato da vent’anni nelle mani di un personaggio come Berlusconi, con alle spalle condanne e indagini per corruzione e legami con la mafia, ecco, in un paese come questo c’è posto anche per Battisti. Insomma, Cesare, ti aspettiamo. Torna da noi. January 11 Israele e lo pseudopacifismoIl nuovo Nazismo, il nuovo Antisemitismo, è per le strade delle nostre città. L’ho visto proprio ieri, si aggirava per il centro di Firenze, sotto forma di corteo pro Palestina (leggi contro Israele). Ha il volto, perennemente arrabbiato, degli immigrati islamici, ha le bandiere multicolori del Pacifismo occidentale, ha il kefiah al collo, parla l’arabo, ma anche l’italiano. Urla, sbraita, si indegna, grida slogan, innalza cartelloni, brucia bandiere. Non fa paura come il suo antenato germanico, è più variopinto, più casinista, meno inquadrato. Niente passi d’oca, niente divise, niente programmi politici, niente sterminii annunciati. Forse, proprio per questo, proprio perché così subdolo, nascosto, invisibile, è ancora più pericoloso. Il nuovo Antisemitismo è un tumore che sta infestando la nostra società. Come un tumore, si è sviluppato piano piano, in silenzio: germinato nel filo-arabismo occidentale dagli anni 70 in poi, si è via via accresciuto grazie all’indifferenza congiunta e colpevole della politica e della chiesa cattolica, proprio i due attori che dovevano vigilare ed educare per evitare che si ripetesse la tragedia di sessant’anni fa, che l’humus che partorì l’Olocausto fosse definitivamente sconfitto, distrutto. Invece è stata proprio la politica a nutrirlo, per convenienza elettorale e per cecità storica, proprio la Chiesa a legittimarlo, evitando di prendere posizione nella questione mediorientale, rimanendo ancorata alla famosa equivicinanza che sa tanto di farisaico immobilismo, alla “scannatevi in parti uguali”. Cresciuto e rigoglioso, perché partorito da quell’Occidente che con gli ebrei ce l’ha dai tempi delle medioevali accuse di deicidio e dei corrispettivi pogrom e massacri, e che con gli ebrei, nonostante la Shoah e le buone intenzioni, continua ad avercela per partito preso e per pregiudizio, il nuovo Antisemitismo ha accolto a braccia aperte le masse di immigrati islamici che arrivano a frotte in Europa da almeno trent’anni; portatori, loro, di una particolare variante di Antisemitismo, quella di stampo religioso, intrinseca all’Islam, che gli ebrei li vuole morti inanzitutto perché ebrei e quindi infedeli, e, se ciò non bastasse, perché usurpatori della terra santa palestinese, carnefici e aguzzini dei fratelli in Allah di Gaza e di Rafah. I due Antisemitismi, quello principalmente politico occidentale, e quello, ben più pericoloso e temibile, islamico, si sono uniti, col tempo, in un unico grande mostro. Ci troviamo così di fronte a questo tumore ambulante, che qualche anima bella ha il coraggio di definire “Equivicinanza” o, bestemmiando, addirittura “Pacifismo”, ma che è solo odio allo stato puro, un tumore ambulante che cresce col crescere delle masse islamiche in Europa, quelle che abbiamo visto inginocchiarsi e pregare verso la Mecca nel numero di migliaia davanti alla basilica cattolica del Duomo a Milano e di San Petronio a Bologna (mi chiedo, fra l’altro, cosa succederebbe se qualche cristiano avesse l’ardire di celebrare una messa davanti alla moschea di Medina o del Cairo). Questo nuovo Antisemitismo in salsa araba, che sbraita, che paragona, nella vergognosa indifferenza, quando non è sostegno, dell’Occidente, Israele al regime nazista, questo Neonazismo che brucia le bandiere di Israele, che le deturpa con le svastiche, che grida slogan osceni (naturalmente in arabo, dato che l’Italiano manco lo conosce), che condanna a morte. E, insieme a loro, la vergogna d’Europa e d’Italia, quegli occidentali che lo fiancheggiano, che lo supportano, che gli prestano quella poca credibilità politica e civile di cui necessita e che loro posseggono, quegli imbecilli i quali pensano che basta fregiarsi del titolo di Pacifisti per esserlo davvero, basta sventolare qualche bandiera da circo con la scritta Pace per esserne alfieri e portatori degni. Quelli che chiedono che le armi tacciano solo agli israeliani, che denunciano e scendono in piazza a protestare solo per i bombardamenti dell’aviazione israeliana, e mai una parola, mai una lacrima per i razzi palestinesi che finiscono nelle case israeliane (abitate anch’esse da civili, ricordo), o per i kamikaze, palestinesi anch’essi, che si fanno esplodere nei cafè di Tel Aviv o negli autobus di Gerusalemme (frequentati anch’essi da civili, ricordo). Quei pacifisti i quali fanno finta di ignorare che la tregua è stata rotta da Hamas, che Hamas ha come obbiettivo principale la distruzione di Israele, che il lancio di razzi non è cessato un solo giorno; quelli che denunciano e si strappano le vesti per le stragi di bambini e civili palestinesi, e fanno finta di non sapere che Hamas usa come rampe di lancio per i suoi missili le scuole, gli ospedali, le case, di modo da poter poi accusare Israele di crimini contro l’umanità, che usa come scudi umani quei civili palestinesi che dice di difendere e proteggere. Quei pacifisti che hanno creato un clima da novella notte dei cristalli, per cui un sindacato italiano ha promosso un boicottaggio di tutti i negozi gestiti da ebrei (e che ebrei e israeliani siano due cose diverse, poco importa), per cui svastiche e scritte ingiuriose si moltiplicano sulle lapidi dei cimiteri ebraici e sulle mura delle sinagoghe, opere degne dei peggiori anni ‘30. E questa orgia di antisemitismo vestito elegante, questo tripudio di pregiudizi e condanne senza conoscenza, mentre le più importanti istituzioni mondiali, Chiesa Cattolica e Onu in testa, girano la testa dall’altra parte o, peggio, se la prendono solo con Israele, sempre per quella grandiosa, terribile Paura dell’Islam, mostro irrazionale e violento, che le contraddistingue. A volte la storia non insegna nulla, o quasi. January 03 Storia di un abortoHo cominciato a pensare da poco. E’ una fatica terribile, estenuante, ma penso. Comincio a capirmi, a capire questo posto senza spazio né tempo che mi ospita. Galleggio nell’amore della Mamma, l’unica entità, a parte Me, che esiste, l’unica cosa importante. All’inizio era solo una percezione, la sensazione che un amore involontario mi nutrisse, mi crescesse. Poi, da quando ho cominciato a pensare, è uno sforzo incredibile, ma ogni giorno mi viene più naturale, ho incominciato a concepire l’esistenza di un altro oltre Me. Ho incominciato a concepire chi mi ha concepito, ho concepito la mia Mamma. Non so cosa sia, né che forma ed aspetto abbia, non so cosa pensi, né se Fuori di essa ci sia qualcosa che mi aspetta, ma sento che è una cosa che mi ama, che, volontariamente o involontariamente, mi cede parte di sé per far si che io cresca. Per cui la amo. In effetti l’amore è l’unica sensazione che riesco a provare ora. Chissà se ne esistono altre, chissà se là Fuori oltre all’amore c’è qualcosa di più bello... Aspetta, che provo a muovere una mano. E’ una fatica incredibile, più che pensare, più che provare a dare un nome alle cose e alle sensazioni, ma se mi sforzo ci riesco. Ecco…ecco che ho mosso un dito. Fremo di vita, devo muovermi. Ho voglia di far sapere alla Mamma che esisto, che ci sono, voglio ringraziarla…ma l’unico modo che ho è questo, muovermi, fremere, cercare di…chissà se lo sente, se mi sente muovere la mano. Se sente che la amo. Spero che riesca ad avvertire anche le sensazioni, e i sentimenti soprattutto, sennò magari pensa che non ci sono, che tutti i suoi sforzi sono inutili e vanno sprecati. Spero che riesca ad avvertire il mio, di amore, la mia risposta. Che le voglio bene. E’ tutto così confuso, così incerto…mi sembra di vivere qua da sempre, di essere qua Dentro dall’eternità. Forse è questo il mio destino, stare qua Dentro per sempre. Non che mi dispiaccia. Ci sto bene, nell’amore liquido della Mamma. Quando mi sembra che manchi qualcosa, ecco che un non-so-che entra dentro di me, e subito il bisogno scompare com’era venuto. Dev’essere la Mamma. Ogni volta che succede, mi capita di sorridere. E’ tenue, credo quasi impossibile da vedere, ma sorrido. Sorrido alla vita, sorrido a lei. Chissà se anche questo lo sente. E’ la mia risposta, il mio grazie perché anche oggi si è ricordata di Me. Che silenzio qua Dentro, mai un rumore, mai. A volte quando mi muovo sento come un suono ovattato nella testa, forse lo sente anche lei... Da Fuori non arriva nulla, mai un rumore, o un suono, niente di niente. Forse non esiste, forse a parte Me e la Mamma non c’è nulla. Forse è meglio così, il Fuori non mi piace, mi spaventa. Ho paura che là Fuori non ci sia lo stesso amore che c’è qua. Potrei morirne. Forse è davvero meglio che non esista, che ci siamo solo io e lei. Penso che potrei bastarle come lei basta a Me. Ma mi sa che mi sbaglio, che là Fuori qualcosa ci sia. A volte, anche se è terribilmente stancante, riesco ad avvertire quello che sente la Mamma. A volte sento, riesco a percepire che è triste, che qualcosa la turba, impedisce la sua felicità. E sono sicuro che è colpa del Fuori, che non sono io che la rendo così: io so solo amarla, come posso farle male? C’è qualcosa di sbagliato là Fuori, qualcosa di cattivo, qualcosa che non mi vuole, che non vuole che io cresca. Non capisco perché, nè chi sia, ma non vuole che viva dentro la Mamma. Quando sento che lei è triste, cerco in tutti i modi di rallegrarla, provo a muovermi, a fremere nel suo amore liquido. Ma non so se lo sente. Negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di sentirla così giù. Era meglio prima. Mi ricordo vagamente…all’inizio solo un tenue bagliore dentro la testa. Non pensavo ancora, non ne ero capace. C’era solo questo bagliore caldo. Poi ecco che il bagliore caldo ha cominciato a scorrermi dentro, insieme a una nuova forza. La forza mi ha permesso di cominciare a sentire, a pensare, a muovermi. Ed eccomi qua, incredibilmente debole e indifeso, ma allo stesso tempo forte e deciso, ogni giorno più forte e ogni giorno più deciso, deciso a crescere. Verso cosa? Non ne ho idea, però credo che sia la cosa giusta. Tutto spinge in quella direzione. Aspetta…sento che qualcosa non va’….la Mamma è triste, tristissima, non è mai stata così finora…Che succede? Ho paura che sia il Fuori che mi viene a prendere…ahia! Grido fortissimo, ma non esce niente, è un grido muto, un grido di dolore! Aiutami Mamma! Aiutami, ti prego! La luce si spenge piano piano…sparendo porta via con sé la forza, il pensiero, la vita…ti voglio bene… December 04 Vita"La vita non è forse una serie di compiti, che svolgiamo tutti i giorni? Non è forse un continuo e ripetitivo lavoro? Niente di tutto ciò che ci vede impegnati è spontaneo, nasce tutto da bisogni, schemi e congetture mentali, abitudini e consuetudini sociali, ordini, richieste di piaceri e di favori, necessità di vario tipo. Siamo come automi, ognuno al suo posto, tutti insieme ad una gigantesca e ridicola catena di montaggio, alienante quanto quella di una fabbrica di bulloni. Ogni giorno ci alziamo, facciamo colazione, ci laviamo, ci prepariamo, e ci trasformiamo in automi. Pensaci: tutto quello che fai, non ti viene forse da qualcuno che ti ha chiesto di farlo? O da tue necessità, fisiche o psicologiche? Rifletti: c’è qualcosa di spontaneo in quello che fai ogni giorno? C’è qualcosa che davvero nasce, come l’erba dal letame, da qualcosa di tuo, di profondamente tuo? Qualcosa di cui puoi rivendicare completamente, totalmente, la paternità? Qualcosa che non sia già stato fatto, detto, pensato, interpretato, da altri prima di te? Se ci pensi, scoprirai che non c’è. L’uomo al suo stato naturale, al suo stato primigenio, non c’è più. Dov’è quell’istinto che, insieme all’intelligenza, ci ha permesso di elevarci al di sopra delle altre creature della terra? Ci è rimasta solo l’intelligenza, abbiamo perso la forza dell’istinto. Abbiamo perso la nostra spontaneità di animali, nel senso più alto del termine “animale”. Richiama qualcosa di animato, che ha un’anima. E’ questo che ci distingue dai sassi, dalle piante, dal ferro. Abbiamo un’anima. Ma animali non sono forse anche i cani, le foche, i pesci, gli scorpioni? Non si chiamano anche loro “animali”? Siamo nella stessa grande famiglia, checchè ne dicano moralisti e cleri di vario genere. Allora, forse, è il caso che tu ti domandi: l’anima non è forse solo questo? Non è forse l’istinto? Non è forse la pulsione interiore, lo slancio dei sentimenti, il fare qualcosa perché ti va di farla? Non è forse la semplicità dell’essere come si è, senza trucchi, senza schermi? Non è forse quel bagliore impercettibile nel cuore, quella scintilla che scatta, a volte senza che possiamo controllarla? Non torniamo forse a essere più autentici quando baciamo una persona che non doveva essere baciata? Quando tiriamo un pugno a chi ci ha fatto un torto, godiamo in un amplesso, piangiamo per la morte di un animale caro a noi, uomo o cane che sia? E’ questo il senso di essere viventi, il più grande dono che Dio, o la natura, o chi per loro, ci ha fatto. La possibilità di muoverci, non solo come corpi, ma anche e soprattutto come intelletto, come pensiero, come desideri e realizzazione di essi? Abbiamo smarrito il senso più semplice di essere umani, lo stato base. Viviamo per e delle apparenze, per soldi, ricchezza, status sociale. Siamo imbavagliati, stretti, imprigionati nelle consuetudini e nei ruoli che noi stessi ci affibbiamo a vicenda, stravolti e falsati da immagini di noi che non ci corrispondono, che servono solo a proteggerci e a farci accettare. Se solo si potesse tornare a vivere come un tempo. Nudi, non solo fuori, ma specialmente dentro. Spogliati di tutto, credenze, vere o false che siano, usi e costumi, briglie alla nostra irrinunciabile naturalezza di essere umano. Essere umano: questa volta non una definizione di noi stessi, ma un consiglio. Un ordine disperato."
|
|||
|
|